martedì 9 giugno 2026

OSPEDALE PSICHIATRICO SAN LAZZARO

via Giovanni Amendola, 2
REGGIO EMILIA

Ingresso gratuito senza prenotazione.
Visite guidate a pagamento > gli orari


L'ex ospedale psichiatrico di Reggio Emilia, il San Lazzaro, è un importante luogo storico che ospita il Museo di Storia della Psichiatria nel Padiglione Lombroso, uno dei numerosi edifici immersi nel grande parco monumentale.

È stato aperto il 30 settembre 2012, dopo il restauro del Padiglione, e fa parte dei Musei Civici di Reggio Emilia.

Il suo scopo è raccontare la storia delle persone che vivevano e lavoravano nel manicomio, aiutando i visitatori a capire come venivano curate le malattie mentali nel passato e come le cose sono cambiate nel tempo.

Un luogo che conserva la storia della salute mentale in Italia.


Ingresso al Museo di Storia della Psichiatria nel padiglione Lombroso di San Lazzaro


Dove si trova il Museo di Storia della Psichiatria nel complesso del San Lazzaro

Il complesso dell’ex ospedale psichiatrico San Lazzaro si trova nella zona sud-est della città lungo la via Emilia verso Modena.
La sede del Museo è raggiungibile attraverso i percorsi interni del grande parco storico, riconvertito con funzioni sanitarie e culturali.

Oggi il tessuto urbano si è espanso e la città di Reggio Emilia è molto più vicina rispetto al passato.
Un tempo, invece, l’ospedale si trovava volutamente lontano dal centro abitato, in una posizione isolata, perché accoglieva persone considerate "sgradite" dalla popolazione.


Mappa dell'area dell'ex ospedale psichiatrico con perimetro
Mappa perimetrale dell'area dell'ex ospedale psichiatrico.


Il Padiglione Lombroso

Il Padiglione è un edificio costruito nel 1892 con il nome di Casino Galloni (colui che riformò per gli Este il San Lazzaro), destinato ai malati cronici tranquilli e concepito secondo i criteri del sistema manicomiale ottocentesco, con ambienti organizzati per la vita quotidiana e il ricovero di un numero limitato di pazienti.

A seguito della Legge Giolitti del 1904 sui manicomi e sugli alienati, che impose la creazione di sezioni separate per i pazienti cosiddetti "pazzi criminali", cioè persone che avevano commesso reati ma che non andavano in carcere, perchè incapaci di intendere e di volere, il fabbricato venne progressivamente trasformato.
Nel 1910 vennero aggiunte all'edificio ali dotate di celle e un muro, che ne accentuò il carattere di struttura isolata e separata dal resto del complesso.

La palazzina fu intitolata a Cesare Lombroso, medico e antropologo criminale tra i più influenti dell’Ottocento, anche se non lavorò mai a Reggio Emilia. La scelta del nome rifletteva il peso delle sue teorie sull’antropologia criminale e sulla classificazione dei soggetti ritenuti "pericolosi", che ebbero una forte influenza sulle pratiche psichiatriche e giudiziarie dell’epoca.


Veduta dell'Istituto Neuropsichiatrico San Lazzaro, storico complesso reggiano
Veduta dell'Istituto Neuropsichiatrico San Lazzaro: cerchiato il Padiglione Lombroso.
Il dipinto risale indicativamente al periodo compreso tra il 1914 e il 1929.


Veduta storica del Padiglione Lombroso, oggi Museo della Psichiatria
Particolare del dipinto con veduta del Padiglione Lombroso e delle mura perimetrali,
oggi Museo della Psichiatria.


A partire dagli anni '40 del '900, la struttura tornò a ospitare anche pazienti non autori di reati e rimase in uso fino alla progressiva dismissione del manicomio. Dopo l’abbandono e la trasformazione del complesso, l’edificio è stato recuperato e oggi ospita il museo, che conserva e racconta la storia della psichiatria attraverso gli spazi originari.


Prima di entrare nelle stanze museali, ripercorro la storia del San Lazzaro, dalle sue origini fino ai giorni nostri.


Le origini del San Lazzaro

L’area del San Lazzaro, lungo la via Emilia, è abitata fin dall’epoca romana, come dimostrano i resti di una necropoli, ritrovati nella zona.

Nel 1217, durante il Medioevo, qui viene creato un ricovero per malati di peste. La scelta non è casuale: la zona si trova a est della città, perché si credeva che i venti da ovest verso est potessero proteggere il centro urbano dal contagio.

È in questo periodo che nasce il nome San Lazzaro, dal santo considerato protettore contro la peste. La stessa denominazione è rimasta in altre città emiliane, a testimonianza di questa antica tradizione.


Dipinto di malato di peste legato alle origini medievali del San Lazzaro di Reggio


Col tempo, il luogo non accoglie più solo gli appestati, ma diventa anche ospizio per poveri e mendicanti. Dal 1536 iniziano ad essere ospitate anche persone con disturbi mentali, segnando un cambiamento importante nella sua funzione.


Dal Cinquecento all’Ottocento: assistenza e controllo sociale

Tra il 1500 e il 1800, in tutta Italia nascono molte strutture come ospizi e ospedali. Non servono solo ad aiutare le persone in difficoltà, ma anche a controllarle e isolarle, soprattutto poveri, vagabondi e persone considerate "problematiche".

Nel 1702 viene realizzato un importante documento chiamato cabreo, una sorta di grande inventario con mappe e descrizioni dettagliate dei beni del San Lazzaro. Da qui risulta che l’istituto possedeva un vasto patrimonio di terreni ed edifici, che garantivano le sue entrate economiche. Il complesso era organizzato come una struttura agricola, con campi e un fattore che ne gestiva le attività.


Raffigurazione delle fabbriche del San Lazzaro nel 1673 all'interno del complesso
I terreni e gli edifici del San Lazzaro nel 1673.


Nel 1655, durante l’invasione delle truppe spagnole, il San Lazzaro viene saccheggiato. Essendo isolato e poco difeso, viene usato come base militare. L’attacco porta alla distruzione dell’archivio storico, e per questo oggi mancano molte informazioni sulle cure e sulla vita interna dell’istituto.

Nonostante i tentativi di riforma, le condizioni restano difficili. Nel 1754, il duca Francesco III d’Este prova a migliorare l’assistenza ai malati mentali, ma senza riuscire a ottenere cambiamenti significativi.


La "Casa de’ Pazzi degli Stati Estensi" e la riforma del San Lazzaro

In questo periodo si diffonde un'idea di cura, ispirata al medico francese Philippe Pinel, che a partire dal 1795 aveva liberato dalle catene le alienate (le donne affette da disturbi mentali) del celebre ospedale parigino della Salpêtrière, segnando la nascita della psichiatria moderna.
Questo gesto trasformò i "folli" da criminali segregati a persone bisognose di cure, la 
cosiddetta terapia morale, dando avvio al primo tentativo terapeutico, basato su una vita quotidiana regolata: orari precisi, attività di lavoro, passeggiate e momenti all’aperto o culturali. L’obiettivo è cercare di migliorare le condizioni dei pazienti attraverso disciplina e routine.


Philippe Pinel libera gli alienati dalle catene, simbolo della psichiatria moderna
Pinel libera dalle catene le alienate della Salpêtrière, di Robert Fleury.


Le teorie di Pinel arrivano anche da noi, tanto che nel 1821 il duca Francesco IV d’Este, signore di Modena e Reggio, nominò il giovane medico Antonio Galloni direttore della "Casa de' pazzi degli Stati Estensi", con il compito di riordinare l’istituto e di renderlo più adatto alla cura dei malati.

Questo è considerato l'atto di fondazione del moderno ospedale psichiatrico reggiano, cioè non più ospizio assistenziale multifunzionale, ma istituzione psichiatrica specializzata.

Galloni, inviato a documentarsi presso il manicomio di Aversa, iniziò un’importante opera di ristrutturazione del San Lazzaro e si impegnò a migliorare le condizioni dei pazienti secondo i principi della "terapia morale".

Gli ambienti vengono ridistribuiti in modo più ordinato, con la separazione tra uomini e donne e una suddivisione dei pazienti in base alle diverse condizioni.


Targa commemorativa del Duca Francesco IV conservata nel padiglione Morel
Targa commemorante il duca Francesco IV.



Accanto a questo approccio restano comunque pratiche più dure come la contenzione, ma si rafforza l’idea che anche il rapporto tra medico e paziente possa avere un ruolo nella cura.

Durante la direzione di Galloni il San Lazzaro cresce molto e diventa conosciuto anche fuori dall’Italia. Alla sua morte, nel 1855, il numero dei ricoverati è aumentato in modo significativo.

Dopo di lui la direzione passa a Luigi Biagi, ma molte riforme vengono abbandonate e le condizioni peggiorano fino alle sue dimissioni nel 1871.
Gli succede Ignazio Zani, che avvia un rinnovamento soprattutto strutturale e organizza anche una colonia agricola, usata come parte del percorso di lavoro e riabilitazione dei pazienti.


Funzione e popolazione del manicomio tra Ottocento e primo Novecento

L’ospedale psichiatrico ospita circa il 95% di persone indigenti e solo una piccola percentuale di persone benestanti.
Questo riflette la realtà sociale dell’epoca: una povertà diffusa, condizioni economiche fragili e una cattiva alimentazione fanno sì che molte persone finiscano con maggiore facilità in un’istituzione psichiatrica.
Oggi questa dinamica è completamente cambiata e anche la distribuzione socioeconomica risulta più equilibrata.

All’interno dell’ospedale, i trattamenti che le persone ricevono sono molto diversi a seconda della categoria sociale di appartenenza.

È importante inoltre ricordare che in questo ospedale, come in molti altri in Italia, entrano e convivono tutte assieme persone molto diverse tra loro: donne considerate "troppo libere" o non conformi ai modelli sociali, persone con epilessia, con demenza senile, con disturbi psichiatrici come la schizofrenia, oppure persone omosessuali. Oggi tutto questo appare difficile da comprendere, ma in quel contesto storico viene ricondotto a un’unica idea: un "problema del cervello".

La società del tempo tende a interpretare comportamenti e condizioni molto differenti come espressioni della stessa origine.

Anche le teorie di Lombroso e molte classificazioni dell’epoca oggi risultano superate, ma bisogna cercare di fare un passo indietro e di inserirsi nello spirito del tempo per comprenderle.

Quindi secondo la logica del passato il criterio è unico: tutto ciò che riguarda il comportamento, il disagio psichico o le crisi epilettiche viene ricondotto a una stessa origine, localizzata nel cervello, anche se ancora non si sa esattamente come funzioni.

Ed è proprio in questo spazio di incertezza che nasce la psichiatria moderna, tra tentativi di classificazione, studio e ricerca.


Sala con proiezioni fotografiche dedicate agli ex pazienti del San Lazzaro
Installazione, donata da Annamaria Ternelli Gerra,
con proiezioni fotografiche degli ex pazienti del San Lazzaro.
Una voce legge brani tratti dalle circa 100.000 cartelle cliniche conservate negli archivi.


Il San Lazzaro all’avanguardia

Dopo la morte di Ignazio Zani, la direzione passa a Carlo Livi (1873–1877), che continua il processo di rinnovamento del San Lazzaro. Livi immagina un nuovo progetto architettonico simile a un "villaggio della salute", con edifici sparsi nel parco e strutture più confortevoli. Viene realizzato solo in parte il Villino pompeiano (1874), pensato per ospitare un paziente con il proprio domestico o, se possibile, con la famiglia (solo per famiglie ricche naturalmente).


Ritratto di Carlo Livi, 1879,
 "Rivista sperimentale di freniatria
e di medicina legale",
fondata dallo stesso Livi – wikipedia,
pubblico dominio.

In questi anni si diffonde la psichiatria positivistica, che rende centrale la formazione dei medici.
Nel 1874 Livi firma una convenzione con l’Università di Modena e il San Lazzaro diventa sede della Clinica Psichiatrica Universitaria.
P
otenzia la biblioteca (oggi a lui intitolata, Padiglione Morel).


Biblioteca scientifica dell'antico manicomio di Reggio Emilia nel 1900
Biblioteca scientifica nel 1900.


Nel 1880 nasce uno dei primi laboratori di psicologia in Italia.
Vengono inoltre creati il Museo craniologico e un "Museo di anticaglie" con strumenti di cura e contenzione.
Una parte di questa raccolta costituisce oggi l'esposizione museale, nelle celle del Padiglione Lombroso.
Avvia anche diverse pubblicazioni scientifiche, tra cui la Gazzetta del Frenocomio e la Rivista Sperimentale di Freniatria (1875).


Laboratori di ricerca del San Lazzaro a Reggio Emilia agli inizi del Novecento
Laboratori di ricerca del San Lazzaro agli inizi del Novecento.



L’epoca di Augusto Tamburini

Dal 1877 al 1907 il direttore è Augusto Tamburini. In questo periodo il San Lazzaro si afferma come importante centro scientifico. Vengono introdotte stabilmente le cartelle cliniche, si sviluppano attività riabilitative come canto e disegno, e nasce una scuola per infermieri.

Si diffonde anche l’uso della fotografia clinica. Nel 1880 Tamburini pubblica una guida dell’istituto e il manicomio viene aperto anche ai visitatori la domenica a pagamento.

Il San Lazzaro diventa un punto di riferimento internazionale: nel 1880 ospita il III congresso della Società Freniatrica Italiana e attira studiosi come Charcot, Krafft-Ebing e Kraepelin (1881), oltre a visitatori come Giosuè Carducci (1899).


Un centro riconosciuto in Europa

L’istituto si presenta come struttura moderna, comprendendo oltre venti edifici: uno dei manicomi più grandi d’Europa.

Partecipa a esposizioni in Italia e all’estero.

A Parigi, nel 1900, ottiene la medaglia d’oro all’Esposizione Universale nella sezione "Economia sociale, Igiene ed Assistenza pubblica".

Nel 1907 Tamburini lascia la direzione e si trasferisce a Roma, interrompendo anche l’insegnamento della clinica psichiatrica.


La legge del 1904 sui manicomi

Alla fine dell’Ottocento in Italia esistevano 124 strutture psichiatriche, di cui 43 pubbliche, ma non c’era ancora una legge unica che ne regolasse il funzionamento. Ogni istituto si gestiva in modo autonomo, sia dal punto di vista sanitario sia amministrativo.

Nel febbraio 1904 viene approvata la Legge sui manicomi e sugli alienati, voluta dal ministro dell’Interno Giovanni Giolitti: per la prima volta lo Stato italiano introduce una normativa organica che disciplina l’assistenza psichiatrica.

La legge rafforza però anche l’idea che la malattia mentale sia legata alla pericolosità sociale. Questo porta i manicomi ad assumere un ruolo sempre più di controllo e isolamento. Di conseguenza aumentano i ricoveri e, anche al San Lazzaro, vengono costruiti nuovi padiglioni per accogliere più pazienti.

Allo stesso tempo, la legge attribuisce al direttore del manicomio un grande potere decisionale, soprattutto sugli ingressi e sulle dimissioni dei pazienti. Questo significa che una sola figura poteva influenzare in modo decisivo la vita e la libertà delle persone ricoverate. Già all’epoca alcuni giuristi criticarono la norma, sottolineando i rischi per le libertà individuali.

La Legge 36 del 1904 rimase in vigore fino al 1978.


La Prima guerra mondiale

Durante la Prima guerra mondiale l’Italia si trova ad affrontare un grande numero di problemi psichiatrici legati al conflitto. Per gestire questa emergenza viene organizzata una rete di assistenza articolata: un servizio psichiatrico vicino al fronte per le prime valutazioni, piccoli ospedali nelle zone retrostanti e reparti specializzati all’interno dei manicomi, tra cui il San Lazzaro.

Il San Lazzaro accoglie circa 6.000 soldati durante la guerra. Nel complesso degli anni di conflitto il numero dei ricoverati cresce molto: si passa dai 1.246 pazienti del 1913 ai 2.150 del 1919, con un successivo calo a 1.467 nel 1921. In Italia si stima che circa 40.000 militari siano passati attraverso gli ospedali psichiatrici, anche se il numero reale potrebbe essere più alto.


Militari feriti ricoverati al San Lazzaro durante il periodo bellico a Reggio Emilia



I soldati in guerra: vera follia o simulazione

Nel mondo medico si apre un acceso dibattito sulle cause dei disturbi psichici legati alla guerra. In un primo momento prevale l’idea che si ammalino solo persone già predisposte. Con il tempo, però, si comprende che anche la guerra stessa — con stress, paura e traumi — può causare disturbi mentali anche in persone sane.

Un tema centrale diventa quello della simulazione, cioè la difficoltà di distinguere chi era realmente malato da chi fingeva per evitare il fronte. Da questa distinzione potevano dipendere decisioni molto diverse: il ricovero in manicomio, il ritorno in guerra o provvedimenti disciplinari.

Dopo la disfatta di Caporetto, il San Lazzaro accoglie anche pazienti civili provenienti dagli ospedali psichiatrici di Udine, Venezia e Treviso. Due reparti vengono invece destinati ai militari feriti, anche senza disturbi psichiatrici.

Nel 1918 viene istituito all’interno del San Lazzaro il Centro Psichiatrico Militare di prima accoglienza, diretto da Placido Consiglio. Qui i soldati provenienti dal fronte vengono valutati rapidamente con l’obiettivo, quando possibile, di rimandarli al combattimento.


Le "nevrosi di guerra"

In questi anni la Rivista Sperimentale di Freniatria, pubblica studi sulle cosiddette "nevrosi di guerra", disturbi legati ai traumi del conflitto che possono colpire non solo i soldati ma anche la popolazione civile, comprese le donne.


Dal primo dopoguerra agli anni ’50

Tra le due guerre mondiali la psichiatria italiana resta legata a modelli tradizionali, con l’ospedale psichiatrico soprattutto come struttura di custodia e controllo più che di cura.

Durante la Seconda guerra mondiale le condizioni degli ospedali peggiorano drasticamente e aumentano mortalità e sofferenze. Anche il San Lazzaro viene bombardato nel 1944, con gravi danni e circa cento vittime.

Con il Codice Rocco (1930) gli internati vengono registrati nel casellario giudiziale, mentre una larga parte del mondo psichiatrico si allinea al regime: Arturo Donaggio, il presidente della Società Italiana di Psichiatria, fu fra i dieci firmatari del Manifesto degli scienziati razzisti (1938).

In questi anni si diffondono le terapie di shock insulinico e cardiazolico, ed elettroshock, che intervengono soprattutto sul corpo del paziente.

Nel dopoguerra, a metà anni ’50, si sperimenta la psicochirurgia, come la lobotomia, fortemente criticata per i suoi effetti invasivi.

Allo stesso tempo iniziano a diffondersi i primi psicofarmaci, che segnano una svolta verso trattamenti più efficaci e in alcuni casi favoriscono le dimissioni dei pazienti.

Negli anni successivi si avvia un cambiamento radicale della psichiatria italiana, che mette in crisi il modello dei manicomi.

Questo passaggio, tra anni Sessanta e Legge 180, lo riprendo nelle ultime tre stanze del museo, dedicate a questa fase di trasformazione e superamento del modello psichiatrico tradizionale.


IL MUSEO

Ora sto per entrare nel museo e attraversare le sue stanze.

Il percorso si articola in 13 ambienti, collocati nelle ali del Padiglione Lombroso, cioè due corridoi realizzati nel 1910 in seguito alla Legge Giolitti del 1904.


Ala del Padiglione Lombroso costruita nel 1910 nel complesso San Lazzaro
Ala del Padiglione Lombroso costruita nel 1910.



Corridoio con celle dell'ex ospedale psichiatrico San Lazzaro
Ala del Padiglione, corridoio con celle.


LE CELLE DEL PRIMO CORRIDOIO

Questo primo corridoio era destinato ai pazienti dimessi o considerati "prosciolti". Ogni cella ospitava uno o due letti e non presentava spigoli.

Cella A (1) – La contenzione

Nelle prime due celle sono esposti gli strumenti utilizzati per immobilizzare i pazienti.

È esposta una camicia di forza in canapa, utilizzata per immobilizzare il paziente tramite lunghe maniche chiuse e legate sul davanti o sul retro.
Diffusa nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, venne progressivamente sostituita con l’introduzione della contenzione farmacologica.

È presente anche un letto di contenzione in ferro introdotto al San Lazzaro dal 1869 in sostituzione dei cassoni in legno.
La struttura permetteva di fissare cinghie e fasce per l’immobilizzazione del paziente, come il
 fermatesta da letto, per stabilizzare il capo durante le crisi acute.


Camicia di forza in canapa esposta nel Museo di Storia della Psichiatria


Cella B (2) – La contenzione

In questa cella sono raccolti diversi strumenti di contenzione utilizzati per limitare i movimenti dei pazienti e prevenire comportamenti autolesionistici.

Tra questi, la forca, impiegata per immobilizzare al muro durante gli stati di agitazione; le manette di forza, la cui catena veniva fatta passare dietro la schiena o collegata ad altri strumenti, come la cintura, e il cosiddetto casco del silenzio, che bloccava la mandibola e manteneva la bocca chiusa, impedendo sia la parola sia eventuali morsi.


Forca, manette di forza e casco del silenzio usati per la contenzione


Sono esposti anche guanti in lamiera e in cuoio, che impedivano il movimento delle dita e potevano essere collegati ad altri sistemi di contenzione.


Guanti di contenzione in lamiera e cuoio usati nel manicomio di Reggio Emilia


Completa l’insieme il collare, applicato alla testa e al busto del paziente per evitare che sbattessero la testa contro il muro.


Collare di contenzione conservato nell'ex ospedale psichiatrico San Lazzaro



Cella C (3) – La cura: le idroterapie

Le idroterapie erano trattamenti basati sull’uso dell’acqua calda o fredda, impiegati nell’Ottocento per calmare i pazienti agitati.

Sono esposte l’urna per la goccia, che faceva cadere ritmicamente una goccia d’acqua sulla testa del paziente a scopo sedativo, e il coperchio per bagnarola di forza, utilizzato per immobilizzare il malato all’interno di una tinozza lasciando libera soltanto la testa.


Urna per la goccia utilizzata nelle terapie idroterapiche del San Lazzaro



Cella D (4) – La cura: l’uso dell’elettricità

Questa cella è dedicata alle terapie che utilizzavano l’elettricità a scopo medico tra gli anni Venti e Sessanta del Novecento.

Tra gli strumenti esposti vi è un apparecchio per diatermia, impiegato per aumentare la temperatura di specifiche zone del corpo e utilizzato soprattutto per il trattamento di affezioni reumatiche e per scopi analgesici.
Una lampada a raggi infrarossi, utilizzata nelle terapie termiche, e un bagno idroelettrico tetracellulare, nel quale il paziente immergeva braccia e gambe in vasche d’acqua attraversate da corrente elettrica per la stimolazione nervosa e muscolare.


Apparecchi per diatermia, lampada a infrarossi e bagno elettrico tetracellulare


Cella E (5) – La cura: il bagno di luce

In questa cella è esposto un bagno di luce (1920–1950), una struttura in legno, metallo, vetro e specchi, nella quale il paziente sedeva, con la testa all’esterno e compresse di ghiaccio sul capo.
Il calore prodotto dalle lampadine, amplificato dagli specchi, poteva raggiungere i 50-60 °C.

Le sedute duravano dai 10 ai 30 minuti e si concludevano con un bagno tiepido e l'avvolgimento in coperte.
Veniva impiegato per chi soffriva di dolori reumatici, per i suoi effetti calmanti e analgesici.


Bagno di luce in legno, vetro e specchi con lampadine al San Lazzaro



Cella F (6) – Il museo antropologico

L’ultima cella di questo corridoio richiama l’importanza delle teorie di Cesare Lombroso, considerato il padre della criminologia italiana.
Le sue ipotesi, oggi non più accettate dalla comunità scientifica, sostenevano una correlazione tra i tratti somatici del volto e il carattere dell’individuo, nonché una presunta predisposizione alla follia o alla criminalità.

Per questo motivo, si studiavano i volti dei ricoverati, misurandoli con gli strumenti esposti in questa sala: un cefalometro e compassi.


Strumenti antropometrici con cefalometro e compassi nel museo antropologico


A fini scientifici venivano inoltre analizzati teschi umani e animali, come lo scheletro di scimmia visibile nell’esposizione.

Questi reperti provengono dal Museo Craniologico istituito durante la direzione di Carlo Livi (1873–1877). 


Teschi umani e scheletro di scimmia legati a studi anatomici e autopsie


Attraversamento del cortile interno

Dal primo corridoio dell’ala laterale del padiglione si accede al secondo, attraversando il cortile interno del complesso.


Cortile interno del Padiglione Lombroso nell’ex ospedale psichiatrico San Lazzaro



Sotto una finestra è visibile un graffito realizzato da un paziente: la scritta "camerata Rommel sul fronte libico reggiano 1942" accompagnata dal disegno di una mitragliatrice.


Graffito di un paziente nel cortile con riferimento storico al San Lazzaro



LE CELLE DEL SECONDO CORRIDOIO


Cella G (7) – I graffiti dei ricoverati

I graffiti presenti in questa e in altre celle del padiglione sono stati realizzati utilizzando suole di scarpe.


Graffiti realizzati dai ricoverati nella Cella G del manicomio di Reggio Emilia
Una mappa dell'Appennino Reggiano.




Altri graffiti incisi dai ricoverati sulle pareti della cella
"Gli infermieri ladri affamati rubano il pane agli ammalati"



Cella H (8) – La vita al San Lazzaro: il lavoro come terapia

La terapia morale è stato un importante precursore filosofico e clinico dell'odierna ergoterapia, nota anche come terapia occupazionale.

Serve a contrastare la perdita di motivazione e a recuperare la qualità della vita attraverso il "fare".

Per il San Lazzaro rappresentava anche un importante risvolto economico: i pazienti erano infatti impiegati gratuitamente nella colonia agricola, nelle cucine, come meccanici, in sartoria e in molte altre attività.

La cella conserva un telaio a quattro licci in legno e strumenti da calzolaio.


Telaio e strumenti da calzolaio usati nell’ergoterapia al San Lazzaro



Foto storica nella Cella H che racconta il lavoro come terapia al San Lazzaro





Cella I (9) – La ricerca scientifica

Sono esposti strumenti utilizzati per la ricerca, tra cui apparecchi per esperimenti ottici, un polarimetro, torchi per estrazione di succhi organici e strumenti impiegati per autopsie e analisi di laboratorio, soprattutto nel periodo in cui il San Lazzaro ospitava attività cliniche universitarie.

Questi strumenti assunsero un’importanza sempre crescente, soprattutto perché la psichiatria italiana rimase a lungo in parte impermeabile alle nuove teorie che si diffondevano all’estero, come la psicoanalisi. Prevalse così un approccio prevalentemente biologico e un modello centrato sull’ospedale psichiatrico.

Gli esiti di questa ricerca scientifica sono evidenti nella prossima cella.


Cella L (10) – Le terapie del Novecento

Qui si documenta l’uso dell’elettroshock tra il 1940 e il 1960, attraverso diversi dispositivi (a carrello, portatili e in valigetta).
La tecnica, introdotta nel 1938 dagli psichiatri italiani U. Cerletti e A. Bini, fu ampiamente utilizzata prima di essere progressivamente abbandonata.


Dispositivi per elettroshock usati nelle terapie psichiatriche del Novecento



Primo piano di apparecchio portatile per elettroshock nell’ex ospedale
Primo piano di apparecchio portatile per elettroshock.



La produzione artistica dei ricoverati

La produzione artistica comprende circa 8.000 opere tra disegni, tele e terrecotte realizzate tra Ottocento e Novecento negli atelier dell’istituto.
La sezione più antica riguarda i disegni, come quelli di Federico S., trentino laureato in Germania, ricoverato dal 1884 per delirio ambizioso e autore di disegni usati per esporre i propri "concetti" agli altri ricoverati.


Atelier di pittura (foto Musei Civici di Reggio Emilia)


Anche Antonio Ligabue, tra i principali protagonisti dell’arte del Novecento, fu tre volte internato negli anni ’30-’40 nel padiglione Lombroso del San Lazzaro.
Durante i ricoveri continuò a dipingere: la pittura aveva per lui una funzione terapeutica, lo aiutava a tranquillizzarsi.


antonio ligabue, autoritratto
Antonio Ligabue, autoritratto, olio su faesite, 624x597 (foto dal sito magnanirocca.it)



Cella M (11) – Gli inizi del cambiamento: gli anni '60

Negli anni ’60 cresce la critica alle condizioni degli ospedali psichiatrici italiani, considerati ormai inadeguati e arretrati.
Critica alimentata dalla stampa, attraverso inchieste, dibattiti e nuove esperienze internazionali, come le comunità terapeutiche di Maxwell Jones.
Proprio a questa esperienza si ispira Franco Basaglia, che a Gorizia nel 1962 diviene direttore dell'Ospedale Psichiatrico, avviando un processo di umanizzazione.

Il ministro della sanità Luigi Mariotti, dopo aver visitato alcune strutture e averle definite "lager nazisti" e "bolge dantesche", approva una riforma importante nel 1968: nasce la Legge Mariotti, che introduce il ricovero volontario, abolisce l’iscrizione obbligatoria nel casellario giudiziale e istituisce i Centri di Igiene Mentale (CIM).

A Reggio Emilia i CIM vengono aperti già nel 1968 e affidati dal 1969 a Giovanni Jervis, che aveva lavorato con Basaglia a Gorizia. Per la prima volta l’assistenza psichiatrica esce dal manicomio: la cura non è più solo dentro il San Lazzaro, ma anche sul territorio.


Manifesto sui primi centri di igiene mentale e riforma psichiatrica



Copertina de "L'istituzione negata", di Franco Basaglia, ritratti di Giovanni Jervis e Luigi Mariotti a Reggio Emilia
Copertina de "L'istituzione negata", di Franco Basaglia.
Da sinistra, ritratti di Luigi Mariotti, Giovanni Jervis e Franco Basaglia.



Cella N (12) – Dalla legge 180 ai servizi psichiatrici di comunità

Tra gli anni ’60 e ’70 si diffonde l’idea che il manicomio non debba essere semplicemente riformato (modifiche Legge Mariotti), ma chiuso.
Grazie all’esperienza di Franco Basaglia, a Gorizia, Parma e infine Trieste, dove dimostra la possibilità di una psichiatria senza ospedale, n
el 1978 viene approvata la Legge 180, che riforma radicalmente il sistema: chiusura progressiva dei manicomi, superamento del concetto di pericolosità sociale e sviluppo dei Centri di Salute Mentale.

Il San Lazzaro segue questo cambiamento: a partire dai 2.000 ricoverati degli anni ’70 si passa a 958 persone nel 1979, fino alla chiusura definitiva nel 1996, in tutta Italia.


Abbattimento delle mura dell'ex ospedale psichiatrico San Lazzaro nel 1978
Abbattimento delle mura dell'Ospedale Psichiatrico San Lazzaro nel 1978.



2012: verso la chiusura degli OPG

Gli OPG nascono tra Ottocento e Novecento per detenere autori di reato, incapaci di intendere e di volere.

Nel tempo vengono criticati per sovraffollamento e condizioni inadeguate. Nel 2010 la Commissione parlamentare d'inchiesta guidata da Ignazio Marino denuncia la situazione, spingendo verso la riforma.

A seguito dei lavori di questa commissione, nel 2012 la Legge n.9 avvia il superamento degli OPG e introduce le REMS, strutture residenziali più piccole gestite dalla sanità territoriale.

Nel 2013 il progetto della Regione Emilia-Romagna viene approvato e prevede una struttura a Reggio Emilia.


Strutture degli OPG di Reggio Emilia
Strutture degli ex OPG di Reggio Emilia, a destra quello di Via dei Servi, 4.



I servizi psichiatrici di comunità

Dopo la chiusura dei manicomi si sviluppano i servizi psichiatrici territoriali, che si occupano di cura, prevenzione e riabilitazione fuori dagli ospedali.

Il centro principale è il Centro di Salute Mentale (CSM), che segue i pazienti con progetti individuali e li aiuta anche nell’inserimento sociale, per casa, lavoro e vita quotidiana.

Il sistema è completato da centri diurni, strutture residenziali e dai reparti psichiatrici ospedalieri (SPDC) per le urgenze.

In Emilia-Romagna fanno parte della rete anche i servizi per i minori (neuropsichiatria infantile) e i servizi per le dipendenze (SERT).



Nuovo Polo dei Servizi di Salute Mentale di via Petrella a Reggio Emilia
Nuovo Polo dei Servizi di Salute Mentale di via Petrella a Reggio Emilia.



Cella O (13) – La lotta allo stigma

La cella affronta il tema dello stigma legato ai disturbi mentali e alle forme di discriminazione che ancora oggi colpiscono chi ne è affetto.


Fotografia storica di donne ricoverate nel manicomio di Reggio Emilia


Concludo dicendo che in Italia sono pochi i musei dedicati a questo tema: tra questi il Museo della Mente di Roma e il Museo di San Servolo a Venezia.

Il San Lazzaro ha rappresentato una realtà centrale in questo ambito, e oggi si distingue per la ricchezza della sua collezione, per la biblioteca di Carlo Livi ancora attiva, cui si è aggiunto l’archivio dell’ex ospedale psichiatrico giudiziario.

Così questo museo diventa di grande importanza perché restituisce alla memoria collettiva una pagina fondamentale e spesso dimenticata della storia dell’assistenza alle persone fragili.


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LA PAGINA DI REGGIO EMILIA con itinerari

> EX OSPEDALE PSICHIATRICO FRANCESCO RONCATI di Bologna

> Le poesie di Nonna Sara



NOTE
  • Ho visitato il museo domenica 17 maggio 2026.
  • Tutte le foto sono di Monica Galeotti, eccetto tre: la produzione artistica dei ricoverati, Carlo Livi e Antonio Ligabue.
  • Per vedere le foto in alta risoluzione, clicca sull'immagine. Per una visione ottimale consiglio il PC.
  • Consiglio anche la bellissima > audioguida del museo (per la visita in loco o a casa per approfondire).