Strada Maggiore, 44 – Bologna
Oggi racconto il fascino di una dimora seicentesca, con la sua architettura barocca bolognese, i celebri telamoni in macigno sulla facciata e gli ambienti interni.
Alcune sale del piano terra ospitano il Museo Civico d’Arte Industriale Davia Bargellini.
Dove si trova
Il palazzo si trova nel centro storico di Bologna, lungo Strada Maggiore, una delle principali vie della città, inserito in un contesto di palazzi storici.
Si affaccia direttamente sulla strada ed è situato di fronte al portico della Basilica di Santa Maria dei Servi.
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| Mappa Google Earth – didascalie Monica Galeotti |
Cronistoria delle proprietà
> 1638-1658 – Nel pieno del Seicento, mentre Bologna vive una stagione di grande prestigio aristocratico, il nobile Camillo Bargellini decide di costruire una residenza capace di distinguersi dalle altre dimore cittadine.
I Bargellini, che fino ad allora erano semplicemente una famiglia molto ricca, diventano anche una famiglia nobile. Da quel momento non possono più abitare in una casa qualunque: devono avere un palazzo che faccia capire immediatamente, fin dalla facciata e dagli spazi interni, che ci troviamo davanti a una famiglia importante e potente, inserita nel Senato di Bologna.
Prende così forma Palazzo Davia Bargellini, progettato dall’architetto Bartolomeo Provaglia, in uno spazio particolarmente scenografico aperto davanti alla Basilica di Santa Maria dei Servi.
I lavori proseguono per circa vent’anni, trasformando il palazzo in una delle architetture nobiliari più riconoscibili di Bologna.
> 1730 – Nel Settecento, la famiglia continua ad arricchire la dimora: Vincenzo Bargellini commissiona il monumentale scalone interno, progettato da Carlo Francesco Dotti e realizzato da Alfonso Torreggiani, con eleganti decorazioni in stucco eseguite da Giuseppe Borelli.
> 1920 – Nel corso del Novecento il palazzo cambia funzione, ma conserva intatta la propria identità storica. Grazie alla volontà del soprintendente Francesco Malaguzzi Valeri, gli ambienti al piano terra diventano sede del Museo Civico d’Arte Industriale, mantenendo ancora oggi un allestimento che richiama l’atmosfera originaria della dimora aristocratica.
La facciata
Osservando il palazzo dai portici di Santa Maria dei Servi, non si può non rimanere colpiti dalla presenza monumentale della facciata di questo palazzo: spiccano due enormi figure, i telamoni, due gigantesche statue maschili che i bolognesi chiamano i "giganti".
Insieme al Nettuno di Piazza Maggiore, formano una sorta di triade simbolica dei giganti della città.
Questi due colossi vengono realizzati da due scultori diversi: la statua di sinistra è di Gabriele Brunelli, mentre quella di destra è opera del suo allievo Francesco Agnesini.
Ogni statua è costruita con due blocchi sovrapposti, uniti all’altezza del bacino.
Sembrano sostenere simbolicamente il peso dell’edificio e contribuiscono a creare un forte effetto scenografico.
Colpisce immediatamente l'assenza del portico.
Questo rappresenta una vera e propria pausa architettonica, un’eccezione molto significativa, perché a Bologna la regola è la presenza continua dei portici lungo le facciate.
Non è casuale: è un segno di potere e prestigio. Infatti, nella città, chi ottiene il permesso di non costruire il portico è perché può permettersi di pagare oppure perché appartiene a una famiglia estremamente influente.
La facciata mi comunica subito il messaggio: siamo di fronte a una famiglia ricca, potente e in ascesa.
Il palazzo viene costruito nel Seicento, quando i Bargellini, da semplici ricchi, diventano nobili senatori.
L’intera composizione architettonica è una dichiarazione di potere della famiglia.
L’androne
I giardini interni di molti palazzi bolognesi sono, in alcuni casi, costruiti con effetti scenografici. Un esempio è quello del Museo della Musica, a pochi metri da qua, dove il giardino è una quinta dipinta, uno spazio illusionistico.
Questo tipo di visione fa sembrare un piccolo giardino molto più grande e profondo di quello che è realmente, proprio grazie alla prospettiva e alla scenografia.
In questo palazzo c'è un piccolo giardino e un'altro "gigante", la statua di Ercole che sta lottando contro un leone; ha una storia diversa rispetto ai telamoni della facciata: non è opera di scultori noti, ma di un artista sconosciuto.
L’androne, quindi, non è solo un passaggio: è un grande spazio che, attraverso la sua prospettiva, fa percepire immediatamente l'idea di osservare un luogo ricco, potente e rappresentativo, costruito per stupire.
Il cortile laterale
Nell’androne si apre un cortile laterale, anziché centrale, diversamente da quanto avviene nella maggior parte dei palazzi nobiliari bolognesi.
Questo perchè è stato "ereditato" dalla struttura precedente.
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| Androne e cortile laterale di Palazzo Davia Bargellini, vista d’insieme. |
Per capire in che modo questa configurazione sia stata mantenuta, bisogna ripercorrere la storia delle antiche abitazioni da cui il palazzo deriva: due lotti di case, separati da una piccola strada.
L’attuale androne corrisponde proprio a quella strada interna tra i due lotti, per creare il grande effetto prospettico che attraversa tutto il palazzo.
Le vecchie case vengono "disfatte", ma questo non significa demolite completamente. Anzi, come succede spesso nell’architettura antica, non si butta via niente. Tutto ciò che è ancora bello, utile o prestigioso viene conservato e riutilizzato.
Una delle due case possiede già una bel salone di rappresentanza, e quindi i Bargellini decidono di mantenerlo. In questo modo oggi possiamo ancora vedere un’architettura cinquecentesca inserita all’interno di un palazzo seicentesco: è lo spazio dove oggi si trova il Museo.
L’altra casa possiede invece un bel cortile con capitelli cinquecenteschi. Anche qui non modificano quasi nulla: i Bargellini decidono di conservare il cortile e le colonne originali vengono lasciate al loro posto.
Questo cortile possedeva anche un accesso carraio, quindi doveva esserci una grande apertura attraverso cui entravano i carri provenienti dalla campagna.
E questo racconta molto della società bolognese dell’epoca: l’aristocrazia cittadina era infatti una aristocrazia fondiaria, cioè basava la propria ricchezza soprattutto sul possesso delle terre agricole.
Attraverso quei carri arrivavano continuamente le merci e le vettovaglie prodotte nelle proprietà di campagna: l’uva, il vino, l’olio — e questo oggi sorprende molti, ma una volta anche Bologna aveva gli ulivi, e l’olio si produceva quasi dappertutto — poi arrivavano il grano, i prosciutti e tutti i prodotti necessari per sostenere la vita della grande casa aristocratica.
Lo scalone come macchina teatrale del potere
Proseguendo sulla destra, subito dopo il cortile, incontro lo scalone, in posizione speculare rispetto all’ingresso del museo.
La famiglia, già entrata nel Senato di Bologna, vede a un certo punto uno dei propri membri eletto gonfaloniere di giustizia, la più alta carica civile della città.
In questo contesto, lo scalone non è soltanto un elemento funzionale, ma diventa soprattutto un dispositivo scenografico e simbolico: una vera e propria "macchina teatrale" del potere, pensata per la rappresentazione pubblica del prestigio familiare in occasione delle grandi cerimonie.
Quando il senatore della famiglia viene eletto gonfaloniere di giustizia, assume per due mesi la carica, e si trasferisce a vivere a Palazzo d’Accursio.
Prima del trasferimento, però, riceve nella propria residenza ospiti e rappresentanti del Senato, e lo fa attraverso una discesa solenne e ritualizzata dello scalone monumentale.
La guida paragona ironicamente questo momento a una sorta di "Wanda Osiris che scende lo scalone" con i suoi 12 boys, ma il gonfaloniere ne ha molti di più: i familiari, i servitori e soprattutto gli altri senatori, oltre quaranta persone provenienti dal Palazzo Comunale per scortarlo.
Ogni due mesi questi senatori si riuniscono per scegliere:
- gli otto anziani, che formano un consiglio ristretto, paragonabile a una giunta moderna;
- e il gonfaloniere, figura che può essere accostata, in modo semplificato, al ruolo odierno del sindaco.
Gli otto anziani hanno ciascuno un appartamento non molto grande, mentre condividono una sala da pranzo comune. Questo perché la politica dell’epoca considera fondamentale il fatto di mangiare insieme: stare a tavola uniti serve a creare compattezza, unione e collaborazione.
Non a caso, sul camino dell’antica sala da pranzo di Palazzo d'Accursio, si trovava un affresco — oggi conservato nelle Collezioni Comunali — che rappresenta le due grandi virtù del politico bolognese: Concordia e Silenzio.
Concordia: la capacità di restare uniti.
Silenzio: inteso come discrezione e riservatezza politica.
Il gonfaloniere, rispetto agli altri, possiede invece un appartamento più grande, dotato anche di una sala di rappresentanza che oggi corrisponde all’attuale Sala Rossa.
L’elezione del gonfaloniere non è mai improvvisata. Tutto viene preparato molto tempo prima: le famiglie si alternano, si mettono d’accordo e organizzano accuratamente ogni dettaglio.
Del resto, diventare gonfaloniere richiede enormi preparativi:
bisogna ristrutturare il palazzo, costruire o rinnovare lo scalone, rifare il guardaroba, commissionare una nuova carrozza, preparare la casa per ricevere gli ospiti.
Per questo motivo il futuro gonfaloniere spesso non è nemmeno presente durante l’elezione: si trova a casa a prepararsi e a "farsi bello" per l’arrivo ufficiale del Senato.
Terminata l’elezione, il Senato esce da Palazzo d’Accursio mentre il popolo aspetta in Piazza Maggiore. A quel punto si forma una sorta di processione solenne: il corteo attraversa la città per raggiungere il palazzo del nuovo gonfaloniere.
Qui avviene la scena più teatrale di tutte.
Il gonfaloniere, pur sapendo perfettamente di essere stato eletto, finge stupore. Si presenta con gli abiti migliori, la casa perfettamente sistemata, un buffet già pronto per gli ospiti, e recita da grande attore la propria sorpresa:
"Ma come, amici cari, cosa ci fate qui? Mi avete eletto gonfaloniere?"
Ed è proprio per questo spettacolo politico e sociale che nasce lo scalone: non solo come elemento architettonico, ma come grande scena teatrale del potere aristocratico bolognese.
Salendo lo scalone
Questo è dunque il palcoscenico dal quale il senatore fa la sua parata. Bisogna immaginare lo scalone pieno di persone e lui che pronuncia un discorso dalla balaustra.
In alto ci sono due affreschi che rappresentano due episodi importanti della storia della famiglia. In uno è raffigurato Filippo Bargellini mentre accoglie e accompagna in processione l’immagine della Madonna di San Luca durante la sua discesa solenne in città.
Nell’altro è celebrato Francesco Bargellini di San Giovanni in Monte in occasione della sua investitura ecclesiastica.
Il piano nobile
Sala dei Fasti e delle Feste
"Sala dei Fasti" perché qui ci sono dipinti che alludono ad episodi importanti della storia della famiglia; "delle feste" perché si tenevano i banchetti e i balli.
Di solito, quando si arriva in questa sala, molte persone si aspettano una stanza enorme. In realtà questo è un palazzo del Seicento, quindi con ambienti più modesti; nel Settecento, invece, si costruiscono sale delle feste davvero molto grandi.
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| Panoramica della Sala delle Feste, attualmente occupata da arredi e materiali degli uffici che usano questi ambienti. |
Quello che conta davvero è che quelli appesi sono i quadri originali della sala. Restano in deposito per molti anni, finché, una decina di anni fa, vengono restaurati e riportati qui, esattamente dove l’inventario li descrive. Conservano ancora le loro cornici originali, tutte coerenti tra loro, e questo significa che fanno parte di una stessa serie. Una serie un po’ strana, perché racconta storie molto diverse.
Abbiamo due storie romane:
Poi ci sono due episodi biblici:
Il dipinto rappresenta il ritrovamento del piccolo Mosè nelle acque del Nilo da parte della figlia del faraone, episodio tratto dall’Antico Testamento.
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| Immagine tratta dal pieghevole del palazzo. |
4. Rebecca e il servo di Abramo al pozzo
Rebecca offre acqua al servo inviato da Abramo per trovare una sposa a Isacco, in un episodio biblico simbolo di ospitalità e provvidenza divina.
5. Congedo di Tolomeo da Berenice.
La scena raffigura l’addio tra Tolomeo e Berenice prima della partenza del sovrano per la guerra, secondo il gusto teatrale della pittura storica settecentesca.
In tutto sono cinque dipinti.
Che cosa abbiano davvero in comune queste storie è ancora tutto da capire.
Anche gli autori sono sconosciuti: ne possiamo parlare al plurale perché sono sicuramente tre, dato che gli stili sono molto diversi tra loro.
I due episodi di storia romana vengono dipinti da una mano; i due episodi biblici da un’altra; mentre Tolomeo e Berenice sono opera di un terzo artista.
Sono pittori che conoscono sicuramente i Carracci, ma il lavoro di ricerca per la loro identificazione è ancora in corso.
Secondo piano
Galleria degli Antenati
Ogni famiglia aristocratica costruiva e celebrava la propria identità anche attraverso un albero genealogico visivo.
In questa galleria erano esposti i ritratti degli antenati, oggi conservati al Museo Davia Bargellini, al piano terra.
Qui rimangono una serie di episodi legati alla famiglia, dipinti sopra le porte: le famose sovrapporte.
Inoltre vi sono altri antenati, questa volta però immaginari, scolpiti nello stucco: sembrano un incrocio tra le Guardie Svizzere e i paladini di Orlando e Carlo Magno raccontati da Ariosto.
Le famiglie ricche discendono sempre da qualcuno che ha fatto fortuna. A volte si tratta perfino di grandi briganti. I Bargellini, a giudicare dal cognome, forse discendono dal bargello, cioè da chi faceva rispettare la legge; ma più probabilmente erano armigeri piuttosto particolari, facilmente corruttibili.
C’è anche un’altra ipotesi: barigellum, o bargellino, è il nome di una moneta coniata a Firenze nel Trecento. Dunque la famiglia potrebbe avere a che fare con il denaro: forse erano usurai che applicavano tassi d’interesse particolarmente elevati.
In un modo o nell’altro, arrivano dalla montagna e il loro sangue non era propriamente blu. Però, con il passare del tempo e grazie ai matrimoni con famiglie nobili, giungono alle soglie del Seicento pronti a diventare membri del Senato.
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| Dalla finestra della Galleria: il Portico dei Servi e le colline di Bologna. |
I dipinti degli antenati al Museo Davia Bargellini
Scendo lo scalone e mi dirigo verso l'ingresso del museo.
Ora mi trovo nella sala del museo dove sono conservati i dipinti degli antenati, ma li devo immaginare appesi nella Galleria degli Antenati, quella che ho appena visto al secondo piano del palazzo.
Noto che sono presenti anche figure femminili, perché per i Bargellini il matrimonio è estremamente importante e, di conseguenza, compaiono donne rilevanti, spesso legate a patrimoni considerevoli.
Si tratta di un membro della famiglia Davia: esiste ancora oggi Palazzo Davia, in Via Cesare Battisti 7.
In pratica, l’ultimo dei Bargellini era stato il padrino di cresima del giovane Davia. A quei tempi il legame che si instaura è talmente forte da essere percepito quasi come un legame di sangue. Per questo motivo, l’adozione è considerata quasi naturale. L’unico obbligo imposto è quello di assumere il nome e cognome, e così questo ragazzo diventa Davia Bargellini.
Egli continua ad abitare in Via Cesare Battisti, ma si ritrova a gestire numerose proprietà, tra cui questa straordinaria quadreria. Inoltre, anche i Davia erano collezionisti di opere d’arte, quindi le due collezioni unite diventano qualcosa di molto importante.
Il busto su colonna in questa sala è Virgilio Davia Bargellini, il penultimo della famiglia. Sarà suo figlio Giuseppe, nel 1874, a fondare l’Opera Pia.
Virgilio è un grande sostenitore dei beni culturali: potremmo definirlo, in termini moderni, un Ispettore Onorario di Soprintendenza, cioè un appassionato di storia dell’arte e collezionista.
Il suo ritratto non è dei più felici: si scherza dicendo che ha "dimenticato la dentiera sul comodino", ma si tratta di una scultura che raffigura un uomo in età avanzata.
Qui lo si osserva con l’uniforme di gala, quella indossata nelle cerimonie importanti. È una figura che ha fatto moltissimo per i beni culturali a Bologna. La cosa più importante è del 1848, perchè contribuisce alla riapertura della Chiesa di San Francesco. Non agisce da solo, ma all’interno di una rete di persone.
Dal 1801 la chiesa era stata chiusa e trasformata in dogana: le merci vi sostavano per la quarantena, poiché provenivano da altri Stati italiani. Virgilio e i suoi collaboratori riescono a farla riaprire al culto e a far rimontare il grande altare marmoreo dei fratelli Dalle Masegne.
Durante l’età napoleonica, quell’altare era stato smontato in pezzi e trasferito in Basilica di San Petronio, finendo poi in un sotterraneo della cappella Bolognini, poiché l’aristocratico Bolognini aveva offerto quel luogo come deposito.
Virgilio ha fatto molto per i nostri beni culturali, dedicando la sua vita alla conservazione e alla collezione di opere d'arte. Suo figlio Giuseppe, ereditandone la sensibilità, diede vita all'Opera Pia che portò alla creazione del Museo Davia Bargellini, ancora oggi liberamente visitabile.
Uscendo dal palazzo e dirigendomi verso il portone che dà su Strada Maggiore, si apre una vista particolarmente scenografica del portico di Santa Maria dei Servi.
Il maniglione del portone, con il leone araldico dei Bargellini, è l'ultimo dettaglio di questa visita.
> MUSEO CIVICO DAVIA BARGELLINI
> BASILICA DI SANTA MARIA DEI SERVI
Il palazzo è normalmente chiuso al pubblico; la visita è stata possibile grazie alla disponibilità di chi ha consentito l’accesso ai propri spazi di lavoro (Nomisma: società di ricerca e consulenza economica che analizza mercati, imprese e territorio).
Visita guidata a cura di Antonella Mampieri, conservatrice del Museo Davia Bargellini e storica dell’arte.
Ho visitato il palazzo venerdì 8 maggio 2026.
- Tutte le foto sono di Monica Galeotti.
- Per vedere le foto in alta risoluzione, clicca sull'immagine. Per una visione ottimale consiglio il PC.
- Le visite guidate di Palazzo Davia Bargellini (ingresso gratuito, max 15 partecipanti), sono consultabili sul pieghevole dedicato, disponibile all'interno del museo (oppure > qui): sei date distribuite da gennaio a novembre, con due turni (15:30 e 17:00). Prenotazione obbligatoria: museiarteantica@comune.bologna.it



































