BOLOGNA, 7 novembre - 14 dicembre 2025
(vai alla pagina della Biennale Foto/Industria)
2 - URSULA SCHULZ-DORNBURGPinacotecavia delle Belle Arti, 56
![]() |
| Foto Instagram Gallery Luisotti. |
La mostra
SOME HOMES
(Alcune case)
La mostra Some Homes raccoglie sei serie fotografiche realizzate tra gli anni Sessanta e i primi Duemila in diversi paesi – tra cui Olanda, Georgia, Russia, Iraq e Indonesia – dedicate a differenti forme dell’abitare. Le immagini documentano abitazioni effimere, costruite con materiali naturali e destinate a scomparire in pochi anni, accanto a strutture concepite per durare nei secoli.
Unendo rigore documentario e sensibilità concettuale, Ursula indaga non solo l’aspetto architettonico, ma anche il valore simbolico di questi luoghi: dalle case sospese sull’acqua ai rifugi scavati nella roccia, fino alle costruzioni improvvisate. In tutte emerge la medesima tensione umana a creare uno spazio proprio, un confine tra dentro e fuori, protezione e apertura verso il mondo.
Quando serve, la serie fotografica è accompagnata da una mappa del luogo.
Prima serie: Case Bugis, 1982
La mappa localizza queste abitazioni in Indonesia, a Rantepao e Macassar.
Osservare una casa Bugis dall’esterno permette di cogliere dettagli sulla vita dei suoi abitanti.
Dimensioni e materiali rivelano la loro condizione economica, mentre la forma delle scale e il numero di pannelli del timpano indicano la posizione nella gerarchia sociale.
Ampliamenti temporanei segnalano un matrimonio imminente in famiglia.
Porte e finestre chiuse durante il giorno suggeriscono che gli abitanti stanno pranzando: così come esporre l’interno della casa può renderla vulnerabile a influssi nocivi, mantenere serrate le aperture garantisce protezione.
Seconda serie: Bosforo, 1978
Queste fotografie mostrano ville storiche in legno lungo le due sponde del Bosforo, note come Yalis.
Costruite soprattutto nella seconda metà del XIX secolo e fino alla prima guerra mondiale, erano residenze di lusso per ufficiali, ministri, diplomatici, mercanti e banchieri.
Poichè sul Bosforo non esiste la marea, le ville furono edificate direttamente sulle rive, cosicchè la loro posizione e i grandi giardini sulle colline retrostanti creavano un paesaggio fiabesco.
Oggi ne rimangono pochissime. Molte sono state restaurate, ma il contesto è cambiato: le antiche foreste dietro le ville sono sostituite da città e strade moderne. Nonostante la solidità apparente, anche queste case di legno hanno una fragilità intrinseca, simile a quella delle case Bugis.
L’insieme rimanda un pò a Venezia, anch'essa estremamente fragile e sull'acqua.
Terza serie: Paesaggi scomparsi. Iraq, gli arabi delle paludi, 1980
La serie documenta la vita nelle paludi del sud dell’Iraq, dove gli abitanti costruivano case di canne adattate a un ambiente acquoso.
In conversazioni con Julian Heynen (2017-2018, articolo Vertical of Time), Ursula racconta come fosse affascinata dalla conoscenza antica delle strutture di canne, dalla loro funzione e forma.
Julian sottolinea il carattere narrativo e documentario di queste immagini, in cui a differenza di altre serie, le persone sono presenti.
Le strutture, pur effimere per i materiali deperibili e l’azione degli elementi, incarnano una conoscenza architettonica millenaria.
Ursula vi si recò consapevole del pericolo che correva questa comunità a causa della situazione politica, con l’intento di conservare una memoria visiva di una cultura in via di scomparsa.
Pochi anni dopo gli scatti, infatti, le paludi furono prosciugate dal regime di Saddam Hussein per punire la popolazione sciita, compromettendo irrimediabilmente l’ecosistema e il modo di vivere di queste comunità.
Tentativi successivi di ripristinare la presenza di questi abitanti ebbero risultati limitati.
La serie rappresenta così un archivio prezioso di un mondo ormai scomparso.
Quarta serie: 15 km lungo il confine tra Georgia e Azerbaigian, 1989-1990
La serie documenta le grotte di David Gareja, scavate dai monaci cristiani dell’impero bizantino nel VII secolo, situate in un paesaggio desertico e remoto lungo il confine tra Georgia e Azerbaigian.
La loro lontananza e difficoltà di accesso ha contribuito a preservarle nel tempo.
Per catturare la luce desiderata, Ursula fu costretta a campeggiare sul luogo e scattare all’alba, quando ogni dettaglio delle pareti emergeva con chiarezza.
Le pareti mostrano incisioni dei monaci e, successivamente, iscrizioni lasciate da soldati russi che si erano nascosti nelle grotte durante la guerra.
Queste stratificazioni di segni richiamano l’idea di memoria accumulata nelle case abitate: ogni abitazione conserva tracce di chi vi ha vissuto.
Le grotte riportano anche all’idea primordiale di casa: per l’uomo la caverna è stata il primo rifugio.
Scattare le fotografie fu complesso e avventuroso, richiedendo arrampicate sulla roccia per raggiungere l’interno delle caverne.
Un video racconta la montagna rocciosa di David Gareja con i fori visibili delle grotte e la difficoltà di accesso.
Quinta serie: Kronstadt 2002A stone installed (in the absence of wind)Una pietra installata (in assenza di vento)
Questa serie, tra le più recenti, è ambientata nell'isola di Kotlin, vicino a San Pietroburgo.
Gli scatti non erano previsti: Ursula si trovava in zona per fotografare sommergibili nucleari dismessi della flotta sovietica, ma l’impresa si rivelò troppo complessa. Lungo il viaggio di ritorno, incontrò queste misteriose strutture isolate nel nulla.
Attratta dalla loro architettura e dalle forme, decise di fotografarle senza sapere cosa fossero, attratta dal loro carattere enigmatico.
L’artista racconta di essersi sentita spaventata sul posto, consapevole di trovarsi in un luogo dove non avrebbe dovuto stare.
Solo anni dopo scoprì la natura di queste strutture, ma ha scelto di non rivelarla, perché vuole che il pubblico le osservi con lo stesso senso di mistero e meraviglia che provò lei alla prima visione.
Evidenziando i "resti" architettonici, strutture mute di processo storico e abbandono, la serie lascia allo spettatore la libertà di immaginare cosa possano essere queste enigmatiche forme.
Sesta serie: Huts, Temples, Castles, 1969
Capanni, Templi, Castelli, 1969
Durante il viaggio, Ursula scoprì un parco giochi speciale, costruito dal governo in collaborazione con psicologi e insegnanti: accessibile solo tramite barca e vietato agli adulti, offriva ai bambini la libertà di creare e distruggere tutto ciò che volevano.
Le fotografie raccontano la necessità primordiale di costruire, un impulso universale che si manifesta fin dall’infanzia: dai fortini alle capanne, dai falò agli oggetti realizzati con le proprie mani.
In alcune immagini si vedono bambini con martelli o intenti a muoversi in barca verso il parco, scene di gioco libero e anarchico, pericolose e decisamente spontanee. La serie esplora così l’atto creativo nella sua forma più pura, senza controllo né regole, e celebra la capacità dei bambini di plasmare il proprio mondo.
Video: Kurchatov – Architettura di un sito per test nucleari, 2012
Il sito raffigurato nelle immagini è l'area > Semipalatinsk, nota come "Il Poligono", utilizzata per test nucleari e ha una storia drammatica: tra il 1949 e il 1989 vi furono condotti 456 esperimenti nucleari, all’insaputa della popolazione locale.
Il regista britannico Anthony Butts ha documentato alcuni degli effetti genetici e sanitari di queste prove nel suo film del 2010, > After the Apocalypse.
![]() |
| Campo sperimentale di Semipalatinsk – foto schulz-dornburg.com |
> parte 3 - MIKAEL OLSSON, VUYO MABHEKA, JULIA GAISBACHER, Collegio Venturoli
> LA PAGINA DI FOTO/INDUSTRIA
-pieghevole MAST




































Nessun commento:
Posta un commento