A Bologna era famosa la frase "Vai ben al 90!", come dire: "Meglio che ti facciano rinchiudere in manicomio!".
Questo è ciò che molti ricordano dell'Ospedale Psichiatrico Francesco Roncati, senza conoscerne davvero la storia. Eppure si tratta di un importante pezzo della storia cittadina, nascosto proprio come la sua facciata, che pochi conoscono perché, per scoprirla, bisogna entrare da una piccola porta di via Sant'Isaia.
UNA STORIA INCREDIBILE: dalle monache al manicomio di Bologna
L'edificio nasce come Chiesa di San Giovanni Battista. Nel 1239 le Monache dell'Eremo di Ronzano scendono in città e costruiscono un romitorio destinato agli alloggi.
Nel 1470 l'ordine viene sostituito dalle Monache Domenicane e il convento viene ampliato fino a comprendere quattro chiostri.
Successivamente Napoleone converte il complesso prima in caserma e poi in ospizio. Con la Restaurazione, il convento viene occupato dalle Suore Salesiane.
Francesco Roncati e la nascita della moderna psichiatria bolognese
A questo punto è necessario fare un passo indietro.
Fin dal 1710 è l'Ospedale Sant'Orsola a ricoverare i cosiddetti "fuori di cervello" nelle cosiddette "sale dementi", in condizioni di grave trascuratezza e con standard igienici spaventosi, nonostante si tratti di uno dei primi ricoveri per malati mentali in Italia.
L'epidemia di colera che colpisce Bologna nel 1865 diventa, paradossalmente, l'occasione per Francesco Roncati, allora direttore della Clinica Psichiatrica del Sant'Orsola, di avanzare precise richieste dopo la morte di una paziente.
Roncati convince il Comune a trasferire i malati in una nuova sede per evitare una diffusione ancora più ampia dell'epidemia.
La scelta ricade sull'ex convento delle Suore Salesiane di via Sant'Isaia, nel frattempo trasformato in lazzaretto e convertito in nuova sede della Clinica Psichiatrica.
La "marcia dei pazzi" del 12 settembre 1865
Il 12 settembre 1865 i pazienti lasciano il Sant'Orsola a piedi insieme a Francesco Roncati e raggiungono la nuova struttura.
L'episodio passa alla storia come la "marcia dei pazzi".
Con questa scelta, la città di Bologna si dota di un vero e proprio manicomio, entrando a pieno titolo nel progetto della moderna psichiatria italiana che proprio in quegli anni prende forma.
Francesco Roncati diventa il primo direttore della struttura e ne segue personalmente la completa ristrutturazione.
Uomo colto e brillante, fa sistemare l'ex monastero con il contributo degli stessi pazienti.
Nasce così una struttura all'avanguardia per l'epoca: vengono introdotte cure idroterapiche, attività ricreative, riscaldamento, cucine, mense, bagni e acqua corrente.
Roncati si distingue come innovatore nella medicina e nello studio dei disturbi mentali, prendendo nettamente le distanze dalle teorie di Cesare Lombroso.
Secondo lui, più che il cretinismo, l'alcolismo o la pellagra, la malattia mentale è spesso una conseguenza della povertà.
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| Francesco Roncati |
Guida l'ospedale per quarant'anni e, alla sua morte, nel 1906, dona ai bisognosi un patrimonio di circa due milioni e mezzo di lire.
Il popolo bolognese lo ricorda con una frase rimasta celebre:
«L'è mort al Dió di puvrétt».
Nel 1908 gli succede Raffaele Burgia, con un progetto di ampliamento dell'ospedale psichiatrico.
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| Progetto di ampliamento dell'Ospedale Psichiatrico Francesco Roncati, Emilio Boselli, 1908 – foto spazidellafollia |
Il Roncati durante la Prima Guerra Mondiale
Durante la Prima Guerra Mondiale il numero dei ricoverati cresce costantemente fino a raggiungere 630 pazienti, tra cui 89 militari provenienti dal fronte, feriti nella mente più che nel corpo.
Sono numerosi anche i ricoveri femminili legati agli effetti della guerra. La partenza di figli e mariti per il fronte, la morte o il ferimento di un familiare e le difficoltà economiche diventano fattori scatenanti per patologie come l'amenza, una grave forma di demenza, e la depressione severa.
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| Veduta dell'ospedale psichiatrico Francesco Roncati, 1920-1930 circa, foto ASPI. |
La Spagnola e l'introduzione dell'arte come terapia
Il 1918 coincide anche con un forte aumento dei ricoveri causati dalla Spagnola, la terribile pandemia che tra il 1918 e il 1919 provoca circa 21 milioni di morti nel mondo.
Per il Roncati non esistono dati completi sul numero dei decessi, ma è certo che la sezione femminile e il relativo personale vengano duramente colpiti.
Su 45 infermiere, ben 32 si ammalano. Le colleghe rimaste in salute continuano l'assistenza con l'aiuto di guardarobiere e lavoratrici avventizie.
L'impegno e il senso del dovere dimostrati dal personale valgono una menzione d'onore.
Nel 1921 la direzione passa a Giulio Cesare Ferrari, che introduce l'arte terapia, utilizzando teatro e pittura come strumenti terapeutici.
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| Ospedale Roncati, 1929. ©Aspi Archivio Storico della Psicologia Italiana, Fondo Ferrari. |
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Cesare Ferrari. |
Nel 1933 arriva Giuseppe Pellacani.
Contemporaneo alla diffusione dell'elettroshock, lo utilizza sempre con estrema cautela, mentre rifiuta categoricamente l'insulinoterapia, considerata molto più rischiosa.
Questa situazione relativamente avanzata rimane stabile fino agli anni Quaranta.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, purtroppo, al Roncati viene praticata la cosiddetta "combinata": prima il coma insulinico e successivamente l'elettroshock.
Nel 1967 Franco Basaglia presenta domanda per diventare direttore del Roncati, ma la candidatura viene respinta.
Affidargli l'incarico avrebbe significato rivoluzionare completamente il sistema manicomiale.
Il Roncati non è ancora pronto per le sue idee, considerate troppo innovative per l'epoca, nonostante le precedenti gestioni avessero introdotto importanti elementi di modernità.
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| L'immagine ritrae lo psichiatra Franco Basaglia insieme alla sociologa e stretta collaboratrice, Maria Grazia Giannichedda, 1975 – foto di Claudio Ernè. |
La Legge Basaglia e la chiusura del Roncati
L'ospedale viene definitivamente avviato verso la chiusura dopo l'approvazione della Legge 180 del 1978, conosciuta come Legge Basaglia, che trasferisce progressivamente i pazienti dai manicomi ai servizi territoriali di salute mentale.
Di fatto il Roncati continua a operare fino al 2000 attraverso un servizio specializzato di igiene mentale.
Oggi l'ex Ospedale Psichiatrico Francesco Roncati occupa ancora una vasta area della città.
Una parte ospita il Poliambulatorio Saragozza dell'Azienda USL di Bologna, considerato un centro di eccellenza nel quale lavorano quasi 500 persone.
Un'altra ampia porzione del complesso accoglie il Dipartimento Universitario delle Scienze Neurologiche, confinante con il Liceo Augusto Righi.
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| Mappa dell'area riconvertita dell'ex ospedale Roncati con didascalie di Monica Galeotti. |
L'edificio dell'ex Ospedale Psichiatrico Roncati
La grande facciata principale appartiene al nucleo più antico del complesso e affonda le proprie radici nell'antica Chiesa di San Giovanni Battista.
| Dettaglio della facciata con vaso e serpente, simbolo della farmacia e della medicina. |
Il murales realizzato dai pazienti
Entro nell'edificio e vengo subito colpita dal grande murales dipinto su quella che un tempo era l'entrata della chiesa.
L'opera viene realizzata dai pazienti in cura nella struttura sotto il coordinamento di Jacopo Fo, figlio del grande Dario Fo.
La Sala delle Colonne
Superato il murales raggiungo la Sala delle Colonne, che occupa lo spazio dell'antica chiesa.
Nel corso del tempo questo ambiente diventa il refettorio femminile e oggi viene utilizzato come sala riunioni.
Le eleganti colonne in ghisa sono realizzate dalla storica ditta Calzoni.
Sullo sfondo il grande muro dipinto da Gino Pellegrini, scenografo di fama internazionale.
Tra le sue opere più conosciute nel territorio bolognese c'è la celebre Piazzetta degli Inganni di San Giovanni in Persiceto.
Una bella scultura collocata in un'ala dell'edificio fu realizzata da un paziente del manicomio di Imola.
Si hanno poche notizie in merito, non si conosce il nome dell'autore e per quale motivo sia arrivata a Bologna, forse un'esposizione, alla fine qui è rimasta.
L'antico chiostro del convento
Mi allontano dalla scultura e salgo sul grande terrazzo del primo piano.
Da qui mi affaccio sul cortile interno, che un tempo costituiva uno dei chiostri dell'antico convento.
La Sala del Frontone
All'ultimo piano di questa parte dell'edificio entro nella Sala del Frontone.
Sedermi al tavolo di una sala tanto elegante rappresenta un vero privilegio.
Accanto a me si trova il frontone dell'antica Chiesa di San Giovanni Battista, il reperto storico più importante conservato dell'intero complesso.
I sotterranei del Roncati
Da cucine del convento a rifugio antiaereo
Il percorso di visita prosegue nei sotterranei.
Questi ambienti vengono utilizzati inizialmente come cucine del convento e, durante la Seconda Guerra Mondiale, trasformati in rifugio antiaereo.
In una stanza con caratteristica volta a botte, tipica dell'architettura bolognese, osservo un vecchio camino.
| Ambiente sotterraneo del Roncati con volta a botte e camino dell'antico convento. |
In alcuni punti vi sono spessi muri antisoffio.
Questo accorgimento era per cercare di limitare l'onda d'urto di un'esplosione durante le incursioni aeree.
Lo spostamento d'aria causato dallo scoppio era il cosiddetto "soffio".
Sui muri misteriose scritte.
| Muro antisoffio costruito per proteggere il rifugio durante i bombardamenti. |
Vari oggetti abbandonati.
In qualche angolo compaiono persino i resti di piccoli animali, rimasti intrappolati nelle fessure senza riuscire a trovare una via d'uscita.
Oggi in questa vasta rete sotterranea scorrono invece i moderni impianti di riscaldamento.
La sicurezza dei rifugi durante la guerra
Massimo Brunelli dell'Associazione Amici delle Acque racconta nella trasmissione Dedalus, il Roncati di Bologna che nessun rifugio costruito sotto un edificio poteva garantire una protezione assoluta.
Le strutture erano state progettate sulla base delle bombe utilizzate durante la Prima Guerra Mondiale, che raramente superavano i 100 chilogrammi.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, invece, venivano impiegate le cosiddette "cookies" (dolcetti), ordigni che potevano raggiungere le due tonnellate di peso e che, sganciati da quote elevate, erano in grado di attraversare interi edifici fino alle fondamenta.
La Torretta dell'Orologio
| Scala interna che conduce alla torretta dell'orologio. |
Nel sottotetto nuovi legni si mescolano alle antiche capriate seicentesche dell'antica chiesa.
L'orologio del 1872
Il meccanismo dell'orologio non è più funzionante.
Tuttavia i due fili che comandano i rintocchi delle ore e delle mezze ore sono ancora collegati alle campane collocate sopra l'altana.
Durante le visite vengono azionati manualmente come dimostrazione.
Non è raro che gli abitanti del quartiere si domandino da dove arrivino quei rintocchi improvvisi che ogni tanto risuonano senza apparente motivo 😊
L'orologio risale al 1872.
La finestrella posta dietro all'orologio, ricorda quella celebre di via Piella.
Da qui si apre una bella vista panoramica a 180 gradi sui colli bolognesi.
La panoramica, per gentile concessione dell'Associazione Amici delle vie d'Acqua e dei Sotterranei di Bologna, illustra dettagliatamente ciò che si può riconoscere all'affaccio.
Si distingue Villa Aldini.
La torre della Facoltà di Ingegneria.
E poi lei, immancabile e sempre presente nello skyline cittadino: il Santuario della Madonna di San Luca.
> OSPEDALE PSICHIATRICO SAN LAZZARO a Reggio Emilia (con approfondimento sulla storia della psichiatria italiana)
NOTE
Lettura consigliata: Elisa Montanari, Sant'Isaia 90, Cent'anni di Follia a Bologna, ed. Pendragon, 2015.
FONTI
- Visita guidata a cura dell'Associazione Amici delle vie d'Acqua e dei Sotterranei di Bologna.
- Video Dedalus Il Roncati di Bologna, E' TV Rete7.
- C. Ricci e G. Zucchini, Guida di Bologna, ed. Alfa, 1976.










Sito fatto molto bene.
RispondiEliminaComplimenti
Grazie mille!
RispondiEliminaComplimenti, una sola critica - perché la completa mancanza degli anni di fascismo? Lacuna assai grande direi..
RispondiEliminaTrovo curioso (e un po’ comodo) che si critichi una “lacuna assai grande” senza nemmeno avere il coraggio di firmarsi.
RispondiEliminaLe spiego subito la questione in tre punti:
1 – Questo articolo nasce da una visita guidata, durante la quale si è parlato della Seconda guerra mondiale, non del fascismo in modo specifico.
Abbiamo visitato il rifugio antiatomico, e il mio testo riflette fedelmente ciò che è stato trattato.
2 – Ho scritto sicuramente anche altro, documentandomi con numerose fonti, ma questo blog non è un’enciclopedia, né un’opera accademica, tantomeno una tesi universitaria.
È il frutto di un lavoro personale, gratuito, portato avanti con onestà, passione e moltissimo tempo.
Ogni articolo richiede giorni di ricerca, selezione fotografica e scrittura.
Chi lo liquida con una critica superficiale e anonima evidentemente non ha idea di cosa significhi produrre contenuti di questo tipo.
3 – Se lei conosce la storia del periodo fascista, saprà che le informazioni a riguardo sono presenti, ad esempio, nel libro che consiglio a fine pagina: "Sant’Isaia 90. Cent’anni di follia a Bologna, di Elisa Montanari".
Si chiamano approfondimenti.
D’altronde, se ha letto con attenzione le pagine del mio blog, avrà notato che fascismo e Resistenza non sono affatto ignorati.
Ho dedicato spazio, ad esempio, alla pagina sul 25 aprile a Bologna e all’80º anniversario della caduta del fascismo. Ho trattato il tema anche in relazione all’architettura: ne ho parlato scrivendo del liceo Righi o della sede di Ingegneria, dove l’impronta del regime è ancora visibile.
Aggiungo un’ulteriore precisazione: credo sia più interessante inserire il tema del controllo dei manicomi durante il ventennio in un discorso più ampio, che riguarda l’intero sistema psichiatrico nazionale.
Questo spazio è aperto al confronto, ma non alle lezioni anonime né alle pretese.
Se ci sono critiche da fare, credo sia giusto firmarsi e argomentare con rispetto.
Dietro ogni articolo c’è una persona che lavora con serietà: questo dovrebbe essere il minimo da riconoscere, prima di puntare il dito.