mercoledì 8 luglio 2026

LE CASE DEGLI UMILI di via Marco Polo: una storia dimenticata

via Marco Polo, 36-38 – Bologna

Le Case degli Umili di via Marco Polo nascono grazie alla beneficenza privata dell'Istituto Cassarini-Pallotti e vengono demolite alla fine del Novecento per lasciare spazio alle nuove costruzioni di edilizia pubblica.
Per decenni hanno ospitato le famiglie più povere della città, diventando un caso singolare della periferia bolognese.


Case degli Umili di via Marco Polo negli anni '70-'80, testimonianza del quartiere storico.
Case degli Umili di via Marco Polo negli anni '70-'80 – foto di Nicolò Arbisi.



Una storia dimenticata
Quando oggi percorro via Marco Polo a Bologna, è difficile immaginare che per oltre mezzo secolo questa via abbia ospitato uno dei più importanti esperimenti di assistenza sociale della città.


Via Marco Polo a Bologna, area dove un tempo sorgevano le storiche Case degli Umili
Case Acer in via Marco Polo a Bologna, costruite nell'area delle antiche Case degli Umili.


Qui sorgevano infatti le cosiddette Case degli Umili, conosciute semplicemente come gli umili, un complesso abitativo destinato alle persone e alle famiglie che vivevano in condizioni di povertà.
Non si trattava di normali case popolari comunali: dietro questo progetto c'è una storia di beneficenza privata.


L’istituzione Pro Domo Miserorum
L'origine di queste case è legata all'istituzione benefica Pro Domo Miserorum, nata grazie al lascito testamentario di Alessandro Cassarini.
Il nome latino significa "per la casa dei miserabili": una definizione dura secondo lo sguardo contemporaneo, ma che all'epoca era di uso comune.

Chi erano i benefattori


Alessandro Cassarini (1847-1929)
fu un alpinista e fotografo bolognese, appartenente a una ricca famiglia proprietaria di uno stabilimento chimico-farmaceutico noto per la produzione delle Cassarine, medicine in polvere per l'epilessia.
Entrato nel Club Alpino Italiano, si dedicò con successo alla fotografia, esponendo le proprie opere in importanti manifestazioni nazionali, tra cui l'Esposizione Emiliana di Bologna del 1888.
Nel 1892 conobbe Corrado Ricci, tra i primi soprintendenti dell'Emilia Romagna e sostenitore della fotografia come strumento di studio e tutela del patrimonio artistico. Insieme realizzarono una vasta campagna fotografica dedicata ai castelli del Montefeltro, della Repubblica di San Marino e dell'Emilia Romagna, inserita nel clima di riscoperta del Medioevo promosso da Alfonso Rubbiani.
Le fotografie furono raccolte nel catalogo del 1901, corredato dai testi di Ricci, e divennero un'importante documentazione, utilizzata dalle soprintendenze fino agli anni Quaranta del Novecento.
Dopo la morte di Cassarini, il suo archivio fotografico andò disperso e la sua figura venne dimenticata.
Per questo motivo il nucleo di immagini conservato nel fondo Alfredo Testoni della Fondazione Carisbo rappresenta oggi una preziosa testimonianza storica.

Mentre Alessandro era appassionato di fotografia e di montagna,
il fratello Clodoveo Cassarini era l’imprenditore che dirigeva lo stabilimento di famiglia, dove si producevano le polveri medicinali.
La sua azienda divenne famosa e vinse molti premi in Italia e all’estero.

Pubblicità dello stabilimento Clodoveo Cassarini a Bologna nella Strenna 1901-1902
Pubblicità dello stabilimento Clodoveo Cassarini nella Strenna Universitaria
1901-1902.
Foto Museo Risorgimento | Certosa.



Lo stabilimento, oggi scomparso, si trovava fuori Porta San Vitale, occupava un grande edificio e impiegava molti operai; si aggiungeva un negozio al dettaglio in via Portanova angolo San Salvatore a Bologna.

Oggi le informazioni sulle polveri contro l'epilessia vanno lette sapendo che, più di cento anni fa, i medicinali venivano spesso raccontati come "miracolosi", anche se non avevano le stesse garanzie scientifiche dei farmaci di oggi.

Inserzione della ditta Clodoveo Cassarini nella Strenna universitaria 1907-1908
Pubblicità della ditta Clodoveo Cassarini
nella Strenna universitaria 1907-1908.
Foto Museo Risorgimento | Certosa.




Calendario 1901 dello stabilimento Cassarini pubblicato nella Strenna di Bologna
Calendario 1901 dello stabilimento Cassarini
pubblicato nella Strenna di Bologna.
Foto Museo Risorgimento | Certosa.



In via del Parco, fuori Porta San Vitale, Clodoveo Cassarini fece costruire come propria abitazione un bizzarro castello in falso antico, poi distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale.


Castello Cassarini a Bologna nel 1928, testimonianza della famiglia benefattrice
Castello Cassarini a Bologna nel 1928, da l'Almanacco del Resto del Carlino 1929.
Foto Museo Risorgimento | Certosa.



Tra le proprietà cedute al Comune dagli amministratori della Pro Domo Miserorum vi era Villa Cassarini con parco, situata a Porta Saragozza.
In seguito, il parco venne trasformato in giardino pubblico, mentre la villa fu abbattuta per far posto alla nuova Facoltà di Ingegneria dell’Università, progettata da Giuseppe Vaccaro (1934).


Veduta del Parco di Villa Cassarini a Bologna, luogo legato alla storia delle case degli umili
Veduta del Parco di Villa Cassarini a Bologna.
Foto "IL COMUNE DI BOLOGNA", rivista mensile municipale, 8 maggio 1931.




Vendemmia a Villa Cassarini con Alessandro Cassarini e il cardinale Nasalli Rocca
Vendemmia a Villa Cassarini con Alessandro Cassarini e il cardinale Nasalli Rocca.
Foto "IL COMUNE DI BOLOGNA", rivista mensile municipale, 8 maggio 1931.


Virginia Pallotti era invece la moglie di Alessandro Cassarini: nel testamento è la persona che Alessandro voleva ricordare insieme alla sua famiglia.


Nascita dell'istituzione

La Pro Domo Miserorum (nota come Istituto Cassarini Pallotti) nacque dopo la morte di Alessandro Cassarini (1929).
Nel suo testamento, Alessandro stabilì che il suo patrimonio fosse destinato alla creazione di un’opera di beneficenza dedicata esclusivamente ai più poveri, i "miserabili".
L’istituzione doveva ricordare anche la moglie Virginia Pallotti e il fratello Clodoveo, entrambi già deceduti.

Le indicazioni lasciate da Cassarini erano però molto generali: lasciò agli esecutori testamentari il compito di definire concretamente struttura e funzionamento dell’ente.
L’amministratore dell’eredità, l’ingegnere Umberto Ferri, vide in questo patrimonio (stimato in circa 4 milioni di lire) l’occasione per realizzare un progetto di edilizia popolare.
Su iniziativa di Ferri, nel 1930 gli esecutori testamentari di Cassarini decisero ufficialmente di istituire un ente morale con lo scopo di fornire abitazioni e assistenza sociale alle famiglie in condizioni di grave povertà a Bologna.
Il 23 febbraio 1930, il prefetto di Bologna nominò Ferri commissario prefettizio per avviare l’attività dell’istituzione, in attesa del riconoscimento ufficiale come ente morale, che avverrà il 17 ottobre dello stesso anno.

La costruzione delle Case degli Umili fuori Porta Lame
Già in febbraio vennero avviate le operazioni di acquisizione delle aree edificabili: dopo trattative con le autorità cittadine, fu individuata una zona tra la Beverara e l’Oca, successivamente ampliata con acquisti privati.
Si tratta di un’area periferica della città, poco oltre Porta Lame.
In tempi molto rapidi furono predisposti progetti, capitolati e gare tra imprese edilizie, con il coinvolgimento di tecnici e professionisti cittadini.

Il cantiere entrò in attività nella primavera del 1930 e procedette con grande rapidità.
Nell’agosto dello stesso anno le strutture risultavano già in fase avanzata e il 13 ottobre 1930 vengono inaugurati i primi edifici, proprio in coincidenza con l’anniversario della morte di Cassarini.


Fronte principale delle case degli umili a Bologna fotografato il 13 ottobre 1930



Prospetto est di uno degli edifici delle case degli umili in via Marco Polo a Bologna
Prospetto est di uno degli edifici.
Foto "IL COMUNE DI BOLOGNA", rivista mensile municipale, 8 maggio 1931.



Prospetto ovest di un fabbricato delle storiche case degli umili di via Marco Polo
Prospetto ovest.
Foto "IL COMUNE DI BOLOGNA", rivista mensile municipale, 8 maggio 1931.


Il complesso sarà poi formato da diversi edifici disposti a corte, lungo l’attuale via Marco Polo.


Raggruppamento delle case degli umili di tipo A nel progetto edilizio di Bologna
Raggruppamento delle case degli umili di tipo A nel progetto edilizio.
Foto "IL COMUNE DI BOLOGNA", rivista mensile municipale, 8 maggio 1931.



Raggruppamento delle case degli umili di tipo B nel quartiere bolognese di via Marco Polo
Raggruppamento delle case degli umili di tipo B.
Foto "IL COMUNE DI BOLOGNA", rivista mensile municipale, 8 maggio 1931.



Disegno delle case degli umili a Bologna nate dal lascito Cassarini e Pallotti


Parallelamente si avviò la fase di assegnazione degli alloggi.

La distruzione del quartiere San Giacomo e il legame con le Case degli Umili
In un precedente articolo dedicato alla Chiesa di Santa Maria Incoronata avevo accennato alla distruzione del quartiere San Giacomo, di cui la chiesa era il principale luogo di riferimento.
Si trattava di un’area storicamente povera, degradata e densamente abitata.


Case del quartiere San Giacomo prima della demolizione che trasformò l'intera area.
Case del quartiere San Giacomo prima della demolizione che trasformò l'intera area.
Foto "IL COMUNE DI BOLOGNA", rivista mensile municipale, 8 maggio 1931.



Con i piani di rinnovamento urbano e universitario, il rione viene progressivamente demolito per far spazio ai nuovi edifici accademici. Il polo universitario viene infatti spostato dall’Archiginnasio alla zona di via Zamboni.

In questo processo vengono abbattuti interi isolati del quartiere storico, in particolare nelle zone di San Giacomo, Sant’Apollonia e Belmeloro.
Si costruiscono nuove palazzine universitarie, si ridefinisce l’intero assetto urbano della zona.


Persone tra le macerie del quartiere San Giacomo dopo l'abbattimento delle abitazioni.
Persone tra le macerie del quartiere San Giacomo dopo l'abbattimento delle abitazioni.
Foto "IL COMUNE DI BOLOGNA", rivista mensile municipale, 8 maggio 1931.



Resti delle abitazioni demolite nel quartiere San Giacomo durante la riqualificazione urbana.
Foto "IL COMUNE DI BOLOGNA", rivista mensile municipale, 8 maggio 1931.



Le operazioni di sgombero non furono prive di tensioni: inizialmente vi furono proteste e resistenze.
Il trasferimento forzato degli abitanti è stato anche definito, da alcuni, una vera e propria "deportazione".


Fase delle demolizioni nel quartiere San Giacomo durante gli abbattimenti
Fase delle demolizioni nel quartiere San Giacomo durante gli abbattimenti.
Foto "IL COMUNE DI BOLOGNA", rivista mensile municipale, 8 maggio 1931.



Non mancarono episodi vivaci e battute popolari, spesso in dialetto, che accompagnarono il trasferimento, insieme a manifestazioni di gratitudine da parte di alcuni beneficiari.


Trasloco del barbiere di via San Giacomo durante lo sgombero delle vecchie abitazioni.
Foto "IL COMUNE DI BOLOGNA", rivista mensile municipale, 8 maggio 1931.


Le condizioni abitative di partenza nel quartiere San Giacomo erano spesso estremamente precarie: più nuclei familiari convivevano negli stessi appartamenti in situazioni di sovraffollamento, promiscuità e grave disagio igienico. In alcuni casi vennero disposti ricoveri sanitari o avviamenti al lavoro. Il programma di risanamento proseguiva così con ulteriori sgomberi e demolizioni, mentre si estendeva l’idea di una trasformazione complessiva dei quartieri più degradati.


Camion, carro e carretti trasportano mobili e masserizie dopo gli sgomberi delle abitazioni.
Foto "IL COMUNE DI BOLOGNA", rivista mensile municipale, 8 maggio 1931.


In circa un centinaio di casi le famiglie furono ricollocate altrove, mentre 27 nuclei tra i più indigenti trovarono sistemazione nelle nuove abitazioni degli umili.

L’idea iniziale delle nuove case popolari in periferia prevedeva un utilizzo temporaneo degli alloggi: massimo sei mesi di permanenza.

La realtà prende però una direzione diversa.
Molte famiglie restano negli appartamenti per anni, altre per decenni.
Gli abitanti ricevono assistenza dall’istituzione benefica e viene distribuita anche una minestra quotidiana alle persone più bisognose.
L’intero complesso è sottoposto alla stretta sorveglianza di un custode di provata fede fascista.


Parte della famiglia Godi, tra i primi inquilini delle case degli umili di Bologna
Foto "IL COMUNE DI BOLOGNA", rivista mensile municipale, 8 maggio 1931.


Il testo del commissario prefettizio Umberto Ferri, dalla Rivista Mensile Municipale "IL COMUNE DI BOLOGNA", riflette pienamente il linguaggio amministrativo dell’Italia fascista, caratterizzato da una visione sociale fortemente gerarchica e paternalista.
Le persone vengono rigidamente classificate in categorie ("miserabili", "indigenti", "sfrattati") e non rappresentate come cittadini titolari di diritti, ma come oggetto di intervento dall’alto, da selezionare, disciplinare e ricondurre all’ordine attraverso l’azione delle istituzioni.




Ricordi personali
Ricordo bene gli edifici popolari osservati dalle finestre della mia scuola elementare Bignami, che si affacciava proprio su via Marco Polo.
Nel 1970 arrivai a Bologna da Reggio Emilia. Avevo 6 anni e, proprio in quell'anno, iniziai la prima elementare.
Dalle finestre dell'aula mi trovai davanti quelle case, che avrebbero fatto da sfondo ai miei tragitti quotidiani.
Alcuni miei compagni di scuola abitavano lì.

Anche la famiglia di mio marito aveva un forte legame con quelle abitazioni: nonna Tina, nonno Giacomo e i loro tre figli, erano stati sfollati a Minerbio durante l'ultima guerra. Venne poi assegnato loro un alloggio nelle Case degli Umili.

La nonna raccontava che in casa non c'era il bagno: ci si lavava in una tinozza e, per fare la doccia, si utilizzavano quelle comuni a gettone nel cortile.

Mio marito, cresciuto nelle vicinanze, frequentò all'inizio degli anni '60 l'asilo gestito dalle suore, ospitato nel caseggiato d'ingresso degli Umili.


Nonna Tina, nonno Giacomo e il piccolo Giancarlo in via Indipendenza a Bologna
Nonna Tina, nonno Giacomo e il piccolo Giancarlo,
futuro padre di mio marito, ritratti 
in via Indipendenza negli anni in cui la famiglia
viveva nelle Case degli Umili.



Il nonno materno invece gestiva un forno all’interno della corte.

Ricordo anche il passaggio tra le vecchie case e le nuove palazzine ERP che le hanno sostituite.


La demolizione delle Case degli Umili
Dopo decenni di utilizzo, gli edifici iniziano a mostrare i segni del tempo.
Tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’90 viene avviato il processo di demolizione e riqualificazione dell’area.
Le vecchie Case degli Umili vengono così progressivamente abbattute, lasciando spazio ai nuovi edifici ERP oggi gestiti da Acer Bologna.

Anche a nonna Tina, dopo aver vissuto nelle Case degli Umili, venne assegnato un alloggio nelle nuove abitazioni sorte al loro posto, dove rimase fino alla sua scomparsa, a oltre ottant'anni.


Case Acer in via Marco Polo a Bologna, costruite nell'area delle antiche abitazioni popolari
Case Acer in via Marco Polo a Bologna, costruite nell'area delle antiche Case degli Umili.



Un pezzo importante della storia sociale di Bologna
Questa storia racconta una pagina fondamentale della storia sociale bolognese: per decenni queste case hanno visto famiglie povere, sfollati dell'ultima guerra, lavoratori, anziani e persone senza casa, contribuendo a costruire una comunità che ha lasciato un segno nella memoria dell'odierno quartiere Navile.


Invito ai lettori
Se avete ricordi, fotografie o testimonianze sulle Case degli Umili di via Marco Polo, sarò lieta di riceverli.
Sarà un piacere arricchire questo articolo con nuovi contributi e mantenere viva la memoria di questo luogo.

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NOTE
  • Le foto sono di Monica Galeotti, eccetto le immagini con fonte indicata.
  • Per vedere le foto in alta risoluzione, clicca sull'immagine. Per una visione ottimale consiglio il PC.


FONTI
                                                                                                          Rivista Mensile Municipale "IL COMUNE DI BOLOGNA", ANNO XVIII – N. 5 , 8 maggio 1931, pp.17-25.


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