MOSTRA fino all’11 gennaio 2026 Museo Davia Bargellini, Strada Maggiore 44 – BOLOGNA
Mart, merc, giov dalle 10:00 alle 15:00 ven dalle 14:00 alle 18:00 sab e dom dalle 10:00 alle 18:30 Chiuso 1 gennaio.
Ingresso gratuito
Come ogni anno, il Museo Davia Bargellini rinnova il suo tradizionale appuntamento con il presepe, presentando quest’anno una selezione di figure dalla collezione dell’architetto Edgardo Forlai.
Appassionato di tradizioni popolari emiliane, prima di collezionare presepi, Forlai raccoglieva burattini e teatrini: entrambi hanno in comune colori vivaci, materiali semplici e personaggi ricorrenti.
In seguito la sua principale passione si è concentrata sui presepi bolognesi ed emiliani, pur collezionando anche creazioni provenienti da Napoli, Toscana e altre regioni dell’Italia centrale.
Il presepe bolognese racconta una favola popolare attraverso figure caratteristiche: il Dormiglione, la Meraviglia che spalanca braccia e bocca, l’Adorazione che si leva con il cappello in mano e la Tradizione che trasmette la fede di generazione in generazione.
Le statuine non sono eleganti: ci sono pastori rozzi, lavandaie chine sul mastello, vecchie con il gozzo o contadini malvestiti; ma proprio per questo vanno a trasmettere la voce autentica di un popolo guidato dalla fede, spesso più intensa e vera di quella dei Magi elegantemente vestiti.
DAL PROTOTIPO ALLA COPIA SERIALE
La mostra è interessante anche per chi studia i presepi: alcuni pezzi hanno date e firme, mentre altri mostrano come certi modelli di artisti come Filippo Scandellari o Giacomo Rossi, siano stati copiati e usati per molti anni.
Le opere provengono dalle collezioni Forlai e dal museo.
Questo primo gruppo mostra come le statuette da presepe bolognesi siano prodotte in serie e come certi modelli si siano mantenuti nel tempo.
Al centro ci sono la Madonna col Bambino secondo la tradizione bolognese gruppo indivisibile di due figure, affiancata da due versioni del San Giuseppe adorante e l’Adorazione, pastore inginocchiato.
Il prototipo è realizzato da Filippo Scandellari (Bologna 1717-1801).
Intorno al gruppo sacro altre figure tipiche del presepe bolognese:
. Il Dormiglione (Scandellari).
. Il giovane pastore sotto un albero con zampogna (scultore bolognese inizio XIX sec).
. La Tradizione, giovane contadina con bambino (plasticatore bolognese, fine XVIII sec).
. La Meraviglia, gruppo di due pastori, mostra il giovane che indica la stella al vecchio; la data incisa sul piedistallo ne fa un riferimento cronologico importante (plasticatore bolognese, 1790).
ARTISTA E PLASTICATORE: QUAL'È LA DIFFERENZA?
Il presepe nasce per le chiese barocche, poi arriva nelle case nobili alla fine del '600 e, nel '700, anche nelle abitazioni della borghesia. Lo storico bolognese Marcello Oretti racconta poi di presepi anche nelle case di professionisti e piccoli commercianti. Per soddisfare la domanda, molti artisti realizzano statue e usano stampi per fare copie. Ci sono anche artigiani più modesti, spesso anonimi, che si dimostrano aggiornati su ciò che il mercato richiede a Bologna.
In pratica, gli artisti creano i modelli originali delle statuine (prototipo), mentre i plasticatori realizzano le copie, spesso anonime, seguendo i modelli già esistenti, quindi il passaggio è dall'artista al plasticatore, cioè all'artigiano.
In questa vetrina si vedono due gruppi dell’Adorazione dei pastori, semplici ma ispirati al famoso presepe di Giovanni Putti dell’inizio dell’800.
Il gruppo "Adorazione dei pastori", plasticatori bolognese ignoto, prima metà XIX secolo, collezione Forlai.
Presepe di fine XVIII secolo, con Madonna, Bambino e San Giuseppe, plasticatore modenese, collezione Forlai.
Presepe ambito di Giacomo De Maria (1762-1838), collezione privata.
PRESEPI IN CERA
Le figure in cera erano utilizzate a Bologna nel Settecento per creare immagini molto realistiche, come ritratti e cere anatomiche.
Gli artisti specializzati, i ceroplasti, modellavano mani e teste in cera, aggiungendo parrucche e occhi di vetro per rendere i ritratti ancora più veri, come nel caso del ritratto di monsignor Francesco Zambeccari esposto al museo, > vedi Museo Davia Bargellini.
L’uso della cera è documentato anche in altre zone d’Italia, soprattutto in Toscana e nelle regioni del Sud, dove venivano realizzate opere simili, comprese scene religiose come la Madonna e San Giuseppe in adorazione.
Presepe in cera, prima metà XIX secolo, Madonna e San Giuseppe in adorazione, ceroplasta dell'Italia centrale o meridionale, collezione Forlai.
IL PRESEPE DI PIETRO RIGHI
Pietro Righi (Bologna 1772-1839) è uno dei rari artisti di cui si possiedono notizie certe.
Viene da una famiglia borghese, ma quando il padre muore deve smettere di studiare.
Torna all’Accademia di Belle Arti come bidello, dove aveva studiato da giovane.
Righi creava tante copie delle singole figure, partendo da un prototipo fatto da un altro artista, ancora da identificare.
Poi le combinava in gruppi diversi, personalizzati secondo le richieste del committente.
Così ogni presepe poteva essere unico e non solo una copia seriale.
In questo modo Righi non era un semplice artigiano, ma un artista, perchè decideva forme, composizioni e dettagli delle composizioni.
Il Presepe seriale di Pietro Righi, statuine bolognesi da prototipo e poi personalizzate.
Figure da presepe di Giacomo Rossi e Filippo Scandellari.
Presepe fine XIX secolo, realizzato da plasticatore bolognese.
Presepe realizzato da plasticatore bolognese, particolare.
Esco dal museo. Il cortile interno e la facciata monumentale mostrano semplicemente la bellezza di questo palazzo.
Le Collezioni Comunali d’Arte Antica di Palazzo d’Accursio si trovano al secondo piano, dove si apre la grande Sala Farnese.
In fondo a destra c'è l'accesso alla Torre dell'Orologio; a sinistra si entra nelle Collezioni.
Prima di entrare però, entro nella Cappella Farnese, che precede entrambi gli accessi. Qui si apre una piccola stanza, che fa parte del percorso delle Collezioni.
LE MADONNE DELLA CERTOSA DI BOLOGNA
Alla fine del Settecento, con le leggi napoleoniche, l’ordine dei Certosini fu soppresso, come accadde a molti altri ordini religiosi e alle numerose chiese della città.
Nel 1801 l’area del Monastero dei Certosini venne destinata a nuovo cimitero comunale cittadino, consacrato l’anno seguente e da allora chiamato Certosa.
La chiesa di San Girolamo fu salvata, mentre il convento venne in gran parte trasformato e in parte demolito per adattarlo alla nuova funzione.
Durante questi interventi andarono perduti molti affreschi di Bartolomeo Cesi (1556–1629), famoso per le sue Madonne e immagini sacre, che decoravano chiostri, foresterie e altri ambienti del complesso monastico.
Nel 1806 Francesco Calori, responsabile del neonato Cimitero della Certosa di Bologna, salvò alcune antiche immagini della Madonna destinate alla distruzione insieme alle chiese da cui provenivano.
Non si trattava di opere considerate allora "di alto valore artistico", ma di immagini fortemente radicate nella devozione cittadina. Vengono staccate dagli edifici con tecniche rudimentali, portate via insieme a porzioni di muro, poi murate in nuove nicchie. È un salvataggio urgente, imperfetto, ma decisivo.
Nel 1982 vengono restaurate. Gli affreschi vengono separati dai supporti originali, liberati dalle ridipinture, studiati con attenzione. Una parte resta alla Certosa, nel "chiostrino delle Madonne", accanto alla Chiesa di San Girolamo, un’altra entra nelle Collezioni Comunali.
Le figure mostrano una relazione diretta tra madre e figlio. Maria abbraccia il Bambino, lo allatta, lo tiene vicino. Non è una Madonna distante.
L’immagine che segue raffigura un dipinto murale che mi ha particolarmente colpita: una splendida Madonna con veste impreziosita da intarsi azzurri, attribuita a Pietro di Giovanni Lianori, artista attivo e documentato a Bologna tra il 1428 e il 1460.
L’opera, originariamente collocata nella chiesa di Sant’Andrea degli Ansaldi, detta anche "delle Scuole", fu in seguito staccata e trasferita su un nuovo supporto. Dall’inizio del XIX secolo si trovava presso il cimitero comunale della Certosa, per poi entrare nelle Collezioni Comunali nel 1981.
Madonna con Bambino, 1410 ca, di Pietro di Giovanni Lianori (attr.)
Le raffigurazioni mostrano l’evoluzione dello stile gotico, che sostituisce la rigidità romanica con un nuovo senso di affettività: Maria è una madre affettuosa, il bambino gioca, tira il velo, stringe piccoli oggetti.
Il divino si avvicina all’umano. È una nuova idea di spiritualità, più concreta, più accessibile.
Madonna dei Bastardini, affresco su tela della scuola bolognese del XVI sec., preveniente dalla confraternita dei Bastardini, alla Certosa nel XIX secolo, alle Collezioni dal 1981.
Fra le madonne c'è anche l’affresco staccato di Bartolomeo Cesi, I tre giovani nella fornace, proveniente dalla foresteria grande del convento e trasferito alle Collezioni Comunali nel 1836.
Cesi, celebre per le sue Madonne e immagini sacre, è protagonista della mostra attualmente in corso al > Museo Civico Medievale (fino al 22 febbraio 2026), che ne valorizza la produzione sacra e la spiritualità delle opere.
Affresco murale di Prospero Fontana nella stanza delle Madonne.
LE COLLEZIONI Le Collezioni Comunali d’Arte fanno parte dei Musei Civici d’Arte Antica di Bologna insieme a:
. Appartamento del legato pontificio fino al 1859 Gli ambienti del museo occupano le stanze di quello che era l’appartamento del cardinale legato. Era lui il rappresentante del Papa, incaricato di governare Bologna. La città fece parte dello Stato della Chiesa dal 1512 fino al 1861, anno della nascita del Regno d’Italia.
Questo appartamento aveva più funzioni: ospitava incontri ufficiali, accoglieva visitatori illustri ed era anche la residenza del cardinale.
Durante la breve parentesi dell'occupazione francese e della Repubblica Cispadana (1796-1797), la funzione degli appartamenti del legato fu temporaneamente sospesa.
. Prefettura Qui ebbe sede la Prefettura fino al 1933.
. Collezioni costituite nel 1936
Nascono per volontà dell’amministrazione comunale, inaugurate nel 1937 curate da Guido Zucchini (autore della Guida di Bologna, preziosa fonte per le mie ricerche sulla città). Zucchini organizzò anche la precedente mostra sul Settecento bolognese (1935) che fu propedeutica alla nascita delle Collezioni.
L’obiettivo è restituire alla città alcuni spazi monumentali di Palazzo d’Accursio e raccogliere opere di diversa provenienza: la collezione Palagi, la collezione Baruzzi, beni provenienti da enti religiosi soppressi, eredità e donazioni private tra Ottocento e Novecento.
Dopo importanti lavori strutturali e conservativi, il museo oggi presenta allestimenti parzialmente rinnovati.
. 1939-1945 Durante la Seconda Guerra Mondiale molte sale furono temporaneamente occupate da uffici.
LE SALE
1. SALA DEGLI SVIZZERI 2. SALA DEI CAVALLEGGERI 3. SALA BOLOGNA STORICO ARTISTICA 4. GALLERIA VIDONIANA 5-10. DIPINTI XIII-XVIII SEC. 11-15. ALA RUSCONI 16. SALA BOSCHERECCIA 17. SALA URBANA 18. L'OTTOCENTO A BOLOGNA 19-20. SALE PALAGI
Qui sostavano le guardie svizzere, incaricate di controllare gli accessi.
Nel 1611 furono decorati il soffitto in legno e la parte alta delle pareti.
Vedo le Virtù, raffigurate come giovani fanciulle.
Il loro esempio metteva in difficoltà gli uomini malvagi, rappresentati come statue di marmo bianco.
Nella sala sono esposti soprattutto mobili, vasi e opere del Cinquecento.
Al centro una copia ottocentesca del Nettuno del Giambologna, in bronzo e marmo.
Copia da Jean de Boulogne, detto il Giambologna, XIX sec. | bronzo e marmo
2. SALA DEI CAVALLEGGERI
Entro nella seconda stanza dell’appartamento del cardinale legato. Qui montavano la guardia i cavalleggeri, soldati di fiducia.
La sala fu decorata nel 1611 con un fregio alla bolognese attribuito a Lionello Spada.
Finte statue di telamoni sembrano sostenere il soffitto, omaggio alla tradizione dei Carracci.
Tra queste compaiono grandi foglie di acanto, draghi, aquile e api dorate, emblema araldico del cardinal Legato Maffeo Barberini.
Altri stemmi dei governanti della città sono presenti nel soffitto ligneo.
Lo spazio raccoglie mobili, sculture e dipinti di epoche diverse.
Al centro il mobile più curioso: un leggio da coro, oggi usato come supporto per il dipintoAmanti, di Alessandro Varotari, detto il Padovanino (1588–1648), olio su tela.
Il quadro risale al primo Seicento. L’artista segue ancora la tradizione della pittura veneta del tardo Cinquecento ed è fedele ai modelli di Tiziano, presso i quali si era formato.
La tela apparteneva alla collezione del pittore Pelagio Palagi, ceduta al Comune di Bologna dopo la sua morte nel 1860. In quell’inventario era indicata con il titolo Antonio e Cleopatra.
In realtà il dipinto è solo un frammento di un’opera più grande. Nell’Ottocento era comune ritagliare le parti meglio conservate o più appetibili per il mercato antiquario. Non è quindi certo che le due figure rappresentino davvero Antonio e Cleopatra.
Nel corso del Cinquecento il tema degli amanti divenne molto diffuso, prima alla corte degli Este a Ferrara e poi in tutto il Nord Italia. Esprimeva una nuova idea della vita cortese rinascimentale, in cui musica, letteratura e scienza facevano da sfondo a una visione dell’amore non più solo platonica. In questo clima tornano di moda le "favole" tratte dalla Bibbia, dalla mitologia classica e dalla storia antica, spesso incentrate su amori celebri e tragici.
Le opere della sala servivano a decorare gli ambienti destinati agli incontri ufficiali. Per questo raccontano episodi della storia di Bologna, come la Scena emiliana dipinta da Marcantonio Franceschini, inserita in una grande cornice di legno intagliato e dorato, ricca di foglie e fiori.
Sui mobili sono appoggiate sculture di epoche diverse, realizzate in terracotta e in stucco.
3. SALA DEL COMITATO PER BOLOGNA STORICO-ARTISTICA
La sala prende il nome dal > Comitato per Bologna Storica e Artistica fondato da Alfonso Rubbiani nel 1899, per lo studio, la tutela e la valorizzazione del patrimonio cittadino.
Qui sono esposti materiali legati alla città, e disegni dei restauri a numerosi palazzi storici di Bologna eseguiti dal Comitato.
Plastico della Bologna medievale di Angelo Finelli, 1917
È una rappresentazione dettagliata della città con torri, mura ed edifici storici.
Angelo Finelli (Bologna 1873 - 1933), appassionato della storia di Bologna, si dedicò da autodidatta a ricerche sul territorio cittadino. Nel 1917 realizzò il plastico della città qui esposto, basandosi sui suoi studi e sulle informazioni di Giovanni Gozzadini. Nel plastico sono rappresentate oltre 200 torri gentilizie, basandosi sui documenti che le associavano alle famiglie proprietarie, senza però considerare che molte torri cambiavano proprietà nel tempo: in realtà le torri costruite a Bologna furono meno di un centinaio.
Collezione merletti e ricami Sono campionari e manufatti dell'Aemilia Ars, emblema delle arti decorative e artigianali emiliane: raccontano un capitolo fondamentale della storia locale, primo quarto del XX secolo.
La Aemilia Ars, nata a Bologna nel 1898, fece rinascere l’arte dei merletti e degli oggetti decorativi. Grazie a artisti come Alfonso Rubbiani e alla contessa Lina Bianconcini Cavazza, furono creati merletti bellissimi con motivi floreali, usati per lenzuola, tovaglie, cuscini e vestiti.
Automi lignei del carosello dell'Orologio della Torre d'Accursio Ed ecco davanti a me gli automi lignei superstiti, di cui avevo raccontato nella storia della Torre dell’Orologio.
Nel 1451, quando la casa-torre divenne torre campanaria, sotto il quadrante dell’orologio pubblico fu inserito un carosello di automi lignei che scorrevano da sinistra verso destra, rappresentando l’adorazione dei Magi: un angelo trombettiere apriva la processione, seguito dai re che si inchinavano davanti alla Madonna col Bambino, accompagnati dal suono di un organo automatico. Quando gli automi scomparivano, l’orologio batteva l’ora.
Nel 1888 lo spettacolo meccanico si fermò e gli automi furono smantellati.
Di loro si persero le tracce fino al 1908, quando Alfonso Rubbiani ne ritrovò alcuni in un solaio dell’Archiginnasio, vent’anni dopo lo smantellamento. Restaurati con cura, gli automi superstiti si sono conservati fino a oggi, qui nelle Collezioni Comunali d’Arte: si tratta di un angelo trombettiere, due dei tre Re Magi originali e di un terzo personaggio a cavallo, di cui non si conosce con certezza l’origine e che forse non faceva parte del carosello originale.
4. GALLERIA VIDONIANA
La Galleria Vidoniana è uno spazio di passaggio tra le diverse ali dell’appartamento, affacciato su Piazza Nettuno e su via Indipendenza, e rappresenta uno degli ambienti più suggestivi del Palazzo Comunale.
Vista su via Indipendenza dalla finestra della Galleria.
Fu realizzata nel 1655 per volontà del cardinale legato Pietro Vidoni, dal quale prende il nome, con decorazione barocca nella volta, a soggetti mitologici e allegorici.
Recenti lavori di restauro hanno interessato l’area sopra la galleria, consolidando le strutture e restaurando le decorazioni affrescate.
Ammiro lo splendido ciclo di Donato Creti, commissionato da Marcantonio Collina Sbaraglia, una delle raccolte più importanti del museo, realizzata fra 1713 e il 1723.
Il nucleo è composto principalmente da una serie di diciotto tele, di cui otto sovrapporte monocrome di particolare bellezza, con figure maschili e femminili.
I soggetti mitologici, allegorici e pastorali rivelano la raffinatezza dell’artista, che pur dedicandosi anche a opere religiose, perchè di commissione ecclesiastica, dava il meglio di sè nei soggetti pastorali, mitologici e idillici. L'artista aveva affinato una particolare tecnica con colori liquidi da sovrapporre con pennellate fini a più strati, realizzando uniformità di colore e donando agli incarnati una finezza di porcellana.
Sovrapporta "Fanciulla in meditazione", di Donato Creti .
Sovrapporta "Fanciulla con un fiore", di Donato Creti.
Sovrapporta "Divinità fluviale ", di Donato Creti.
Un altro gruppo pittorico meraviglioso di Donato Creti si trova a → Roma, nella Pinacoteca dei Musei Vaticani: "Le Osservazioni Astronomiche", 8 tele di piccole dimensioni che ritraggono i pianeti, di grande rilievo per Bologna, come approfondisco nel post dedicato.
Numerose sono le sculture nella Galleria, anche in nicchie: mi colpiscono le prime due statue di grande impatto, di Giacomo Rossi, scolpite nel 1797, quando il palazzo fu coinvolto nei mutamenti istituzionali e decorativi dell'epoca (occupazione francese). Poiché mancano didascalie, faccio riferimento alla scheda della Regione Emilia-Romagna: la prima è la dea Minerva per via dell’elmo e dello scudo, mentre la seconda sembrerebbe la dea Giunone (forse abbraccia uno strumento musicale?).
5-10. DIPINTI XIII-XVIII SEC.
In questa ala del museo, che si dirama dalla Galleria Vidoniana, seguo un percorso sulla pittura dal Duecento al Settecento, con opere ordinate per epoca e area culturale.
Nella prima sala vedo dipinti che provengono dall’antica sezione medievale del Museo Civico.
Oggi l’arte medievale a Bologna è distribuita in più sedi. Per approfondirne la conoscenza è quindi necessario visitare il Museo Medievale, il Museo Davia Bargellini e la Pinacoteca Nazionale, oltre naturalmente le principali chiese della città.
Madonna adorante il Bambino con sant’Antonio Abate e Bernardino da Siena, 1475 ca., pittore bolognese (?)
Crocifisso ligneo scolpito da Simone di Filippo detto dei Crocifissi, 1370 ca.
Concordia e Silenzio di Orazio Samacchini, 1569, affresco staccato dall’appartamento degli Anziani di Palazzo d’Accursio (in prossimità della Torre dell'Orologio).
San Sebastiano curato da Irene e dalle pie donne, 1620-1630, Maestro del lume di candela, attivo a Roma nel XVII secolo.
Sportello dipinto Annunciazione, Dio Padre in gloria e Prezioso Sangue di Cristo, 1605-1613, ambito di Ludovico Carracci, dalla chiesa di San Leonardo.
Retro dello sportello dipinto con Annunciazione e Prezioso Sangue di Cristo.
Vista di via Rizzoli e delle Due Torri dalle finestre di questa ala museale.
11-15. ALA RUSCONI
Il fondo della Galleria Vidoniana è il punto d'accesso all'ala Rusconi. Al centro della parete si trova la statua del Genio di Giacomo de Maria, affiancata da due accessi sormontati da sovrapporte a bassorilievo dello stesso artista: Marco Bruto e Muzio Scevola. La porta di destra introduce al lungo e stretto corridoio dell'ala Rusconi.
Una sequenza di cinque sale con arredi evocano la dimora privata settecentesca; esemplari di mobilia, arazzi, ceramiche, orologi, provenienti dall'antica famiglia Rusconi.
L'allestimento è del 1935 e segue il modello di "museo arredato", in voga nella prima metà del '900.
La stanza rossa.
La stanza gialla.
IL CANE TAGO
Nella sala 15 c'è la scultura in terracotta del cane Tago.
La storia di questo cane è molto nota a Bologna.
Tago era un cane Weimaraner (bracco tedesco), trovato dal marchese De' Buoi abbandonato lungo la strada. Ogni volta che il padrone usciva, lo aspettava affacciato alla finestra.
Al ritorno da un viaggio più lungo del previsto, preso dall’impeto della felicità, Tago si lanciò nel cortile invece di scendere per le scale.
Sconvolto dalla perdita, il marchese commissionò una statua commemorativa al giovane artista forlivese Luigi Acquisti nel 1777.
La scultura fu collocata sulla finestra del cortile di Palazzo De’ Buoi, in via Oberdan 24, dove abitava il marchese e da cui il cane si lanciò.
Lì è rimasto per duecento anni.
Il cane Tago alla finestra di Palazzo de' Buoi.
Solo in tempi recenti è stata ritirata dal Comune di Bologna per il restauro ed è oggi qui esposta.
16. SALA BOSCHERECCIA
Dopo le cinque sale Rusconi entro nell'ultimo ambiente dell'ala, la Sala Boschereccia, dove la stanza è dipinta a giardino, decorata a tempera nel 1797 da Vincenzo Martinelli.
È un esempio di stanza paese, ambienti illusionistici ispirati alla natura diffusi nella Bologna napoleonica.
In questo ambito Bologna ebbe un ruolo importante grazie all’Accademia Clementina, oggi Accademia di Belle Arti, che promosse una specifica formazione in scenografia, rendendo la città un centro attivo per questo tipo di decorazioni.
Pensata come un giardino d’inverno, la sala raffigura alberi, pergolati, fontane.
Al centro del cielo appare Flora, dea della primavera.
Di solito le boscherecce si trovavano al piano terreno, in diretto rapporto con il giardino; in questo caso, invece, la sala è situata al secondo piano: un tempo dialogava con l’antico giardino botanico esterno (l'Orto dei Semplici), dove oggi sorge la Sala Borsa.
Al centro della sala è esposto l’Apollino, di Antonio Canova, statua in marmo realizzata anch’essa nel 1797 a Roma: il giovane Apollo, dio della luce e della poesia, che ha appena sconfitto il serpente Pitone.
Il volto ideale, il nudo snello, sono una perfetta esemplificazione dello stile grazioso che Canova usava per esprimere questo tipo di soggetti.
Trovo che il giovane Apollo e la Stanza Boschereccia formino una visione esteticamente perfetta.
17. SALA URBANA
Seguo il percorso museale rientrando nella Galleria Vidoniana per accedere alle ultime sale che conducono all’uscita.
L’ingresso alla Sala Urbana è affiancato dalla terza e ultima statua di Giacomo Rossi nella Galleria Vidoniana: la dea Vittoria, rappresentata con stendardi arrotolati e il piede posato sul globo, simbolo di dominio sul mondo, e la clava, attributo eroico di Ercole.
La Sala Urbana, o Sala degli Stemmi, fu realizzata nel 1630 da Bernardino Spada in onore di Papa Urbano VIII (dal quale prende il nome), il papa che lo aveva reso cardinale, con architettura e quadrature di Ercole Fichi, Girolamo Curti, Agostino Mitelli e Angelo Michele Colonna.
Le pareti, ornate con 188 stemmi araldici di governatori e cardinali della città, sono dipinti in stile barocco bolognese.
Chiusa dal 2006 a causa dello stato di avanzato degrado, viene totalmente restaurata dal 2013 al 2014. Oltre al restauro delle decorazioni pittoriche, viene messo in sicurezza il soffitto, istallato un sistema di illuminazione a risparmio energetico e infissi performanti in grado di proteggere la sala dai raggi solari e di rinfrescare l'aria senza ricorrere all'uso di condizionatori.
Al centro di una delle pareti maggiori, una Memoria a Urbano VIII.
Lo stemmario murale costituisce una delle più interessanti opere del genere esistenti in Italia.
18. CONCORSI E MOSTRE D'ARTE A BOLOGNA NELL'OTTOCENTO
Tra Ottocento e primo Novecento Bologna torna a essere un importante centro culturale e artistico italiano.
Dopo l’Unità d’Italia, la città vive una fase di grande vitalità: nascono istituzioni, associazioni artistiche, concorsi e mostre, fondamentali per la crescita degli artisti, che affiancano l’Accademia di Belle Arti e favoriscono il confronto tra arte accademica e nuove tendenze.
Eventi come l’Esposizione Emiliana del 1888 rafforzano il ruolo nazionale di Bologna, mentre luoghi come la Certosa diventano grandi cantieri artistici aperti anche a maestri non locali. La crescita di un pubblico borghese, le mostre-mercato e le riviste d’arte stimolano una produzione più varia e meno di elite.
Nonostante spesso venga considerata solo "accademica", l’arte bolognese di questo periodo è ricca e moderna.
Oltre ai concorsi Curlandesi, le esposizioni annuali dell’Accademia offrono agli artisti occasione di confronto pubblico, come la Veduta della cattedrale di Caen di Domenico Ferri, esposta nel 1837. Il Ferri, professore dell'Accademia, si recò a Caen per una vacanza-studio. La romantica visione della cattedrale gotica riempie di luce e pace la cittadina, con le piante che si arrampicano sulle vecchie mura del donjon, cioè il torrione del castello. La scena mostra la bravura di Ferri, discendente della tradizione dei prospettici bolognesi, che rese famosa Bologna in tutta Europa.
Domenico Ferri, Veduta della cattedrale di Caen, 1836. Dono dell'autore al Municipio di Bologna.
Dal 1853 la Società Protettrice delle Belle Arti rafforza il mecenatismo, cioè il sostegno economico dato all'arte da privati, con collezionisti come Severino Bonora, che commissionaRuth a un artista di fama come Francesco Hayez nel 1853.
Il dipinto rappresenta il tema dell'eroina biblica ed è uno dei più famosi nudi del pittore veneziano. La vicenda è raccontata nel biblico "Libro di Ruth", un testo dell'Antico Testamento: Ruth lavora nel campo di Booz e alla fine si sposa con lui, dando origine alla discendenza di Davide.
La giovane donna, vestita in modo leggero, ha smesso di raccogliere le spighe nel campo di Booz e guarda davanti a sè con aria pensierosa. In questo dipinto si vedono molte delle qualità del grande pittore: i colori luminosi, le forme romantiche e belle, e il modo armonioso in cui ha dipinto il paesaggio.
Francesco Hayez, Ruth nel campo di Booz, 1853. Dono di Severino Bonora al Municipio di Bologna.
Alla fine dell'Ottocento nasce anche il premio Baruzzi, che continua a valorizzare nuovi artisti.
Ne è un esempio il dipinto Auxilium ex Alto (1896) di Alfredo Savini. La pittura di Savini, ispirata all'ambiente che lo circondava, molto attenta all'armonia dei colori, è collocata nella corrente del Verismo.
Auxilium ex alto di Alfredo Savini, 1896, vincitore del Premio Baruzzi.
La scultura in marmo L’anguilla (1894) di Giorgio Kienerk.
L’anguilla di Giorgio Kienerk, 1893, premiata nel concorso Baruzzi di scultura del 1894.
19-20. SALE PALAGI
Le ultime due sale sono dedicate a Pelagio Palagi (Bologna 1775 – Torino 1860). Fin da giovane studiò pittura, prospettiva e architettura e lavorò a Bologna decorando palazzi e realizzando monumenti. Dal 1806 visse a Roma, approfondendo ritratti, pittura storica e paesaggi, e coltivando la passione per gli oggetti antichi. In seguito lavorò a Milano e alla corte di Torino.
Oltre a essere un artista, Palagi amava collezionare opere di civiltà antiche, dai greci e romani fino ai popoli precolombiani. Alla sua morte donò tutto a Bologna sua città natale.
La sua raccolta oggi si trova distribuita tra il Museo Archeologico, il Museo Medievale e le Collezioni Comunali d’Arte di Bologna. Le opere riflettono il suo gusto raffinato, la curiosità enciclopedica e le ambizioni artistiche e sociali.
In queste sale si vedono i suoi quadri, alcune opere incomplete, e due vetrine da lui progettate, con oggetti di epoche diverse che lo aiutavano a creare i suoi dipinti.
I modelli preparatori in gesso, raffiguranti Castore e Polluce (i Dioscuri), realizzati dallo scultore milanese Abbondio Sangiorgio su progetto di Palagi per la cancellata del Palazzo Reale di Torino.
"Ritratto della famiglia Insom". Si tratta di un'opera incompiuta, con i reclami del committente, il banchiere Cristoforo Insom. Le figure dal vero non portate a termine diventano poetiche e mostrano "un’insolita eleganza di tratto, un addolcimento romantico del tradizionale verismo, una finezza nelle vibrazioni coloristiche" (Guido Zucchini, catalogo delle collezioni, p.139).
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NOTE:
-Le opere qui pubblicate, pur non essendo complete, seguono fedelmente il percorso dell’esposizione. Le condivido non solo come invito a visitare la mostra, ma come lettura per tutti coloro che esplorano il mondo anche da casa.
-Tutte le foto sono di Monica Galeotti, salvo la mappa ufficiale delle Collezioni (copyright indicato).
-Per vedere mappa e foto in alta risoluzione, clicca sull'immagine. Per una visione ottimale consiglio il PC.
-L'itinerario descritto è stato effettuato il 16 dicembre 2025.
FONTI:
-Pannelli informativi Collezioni Comunali.
Libri: -Corrado Ricci e Guido Zucchini, "Guida di Bologna", ed. Alfa Bologna, 1976, pp. 6-7.