martedì 14 marzo 2023

DUOMO DI MODENA

Piazza Duomo


Principale luogo di culto della città, il suo nome ufficiale è Cattedrale Metropolitana di Santa Maria Assunta in Cielo e San Geminiano.
 
Le reliquie di San Gimignano, patrono della città di Modena, si trovano nella cripta del Duomo.
Dal punto di vista architettonico si tratta della testimonianza più antica e completa di stile romanico, sia all’esterno che all’interno, conservatosi fino ai giorni nostri.

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Duomo di Modena, facciata meridionale.

Gli altri edifici depositari della grande arte romanica nella valle del Po (duomo di Parma, di Cremona, Ferrara, Mantova, Lodi e Reggio Emilia) hanno subìto modifiche successive che ne hanno alterato la struttura originaria.

Come mai il Duomo di Modena non ha subìto la stessa sorte?
Perché la sua costruzione è stata relativamente breve per quell’epoca.
La costruzione degli altri edifici invece era stata così prolungata, tanto da attraversare la mutazione dei gusti estetici del popolo e degli artisti. In corso d’opera, l’edificazione continuava con altre forme più gradite secondo il gusto del momento.

L’anno di fondazione é il 1099. 
Nel 1106 (in soli 7 anni) la costruzione era già coperta e si poté trasportare il corpo del santo patrono alla cripta della nuova basilica con una cerimonia alla presenza di Papa Pasquale II e della contessa Matilde di Canossa.
Nel 1184 venne consacrato da Papa Lucio III, attestando in questo modo che il duomo era ormai completato in tutte le sue parti.

Il Duomo di Modena, insieme alla sua torre campanaria detta Ghirlandina e alla Piazza Grande è stato inserito nel 1997 nella lista UNESCO come Patrimonio dell’Umanità.


LA STORIA 

L’antica Mutina era una fiorente colonia romana. La chiesa principale, dove erano conservate le spoglie del santo patrono, si trovava all’esterno delle mura romane e con il tempo, con un andamento a raggiera lungo le vie d’acqua che attraversavano la città, si andò a formare intorno alla chiesa un nucleo abitativo che oggi conosciamo come centro storico di Modena. 

Questa prima chiesa dell’antica Mutina fu sostituita da una seconda chiesa e poi dall’edificio che vediamo oggi, il bellissimo Duomo, iniziato a costruire nel 1099.

Il nuovo duomo fu fortemente voluto sia dagli ecclesiastici che dalla popolazione.
La costruzione fu affidata all’architetto lombardo Lanfranco, uno dei pochissimi artisti medievali di cui si conosce il nome, perchè spesso all'epoca lavoravano nell'anonimato.
 Venne a Modena insieme ad un gruppo di muratori e lapicidi (i cosiddetti Maestri Comacini, cioè provenienti dal lago di Como).

Una lapide a lui dedicata si trova all’esterno dell’abside maggiore e porta la data della fondazione, 26 maggio 1099:
"...INGENIO CLARUS LANFRANCUS DOMACTUS ET ACTAPTUS EST OPERIS PRINCEPS HUIUS RECTORQUE MAGISTER" (famoso per ingegno, sapiente e esperto, direttore e maestro di questa costruzione).

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Sul lato opposto (facciata principale) un’altra lapide con i profeti Enoch ed Elia (simbolo di lunga vita per la cattedrale) a ricordare la posa della prima pietra, 6 giugno 1099, e l’altro nome fondamentale per questa cattedrale: lo scultore Wiligelmo.

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Wiligelmo non solo è ricordato per la decorazione scultorea, i testi riportano che probabilmente si occupò anche dell’architettura: lavorò insieme ai suoi allievi ai lavori della facciata, mentre Lanfranco partì dalle absidi.

Questa doppia partenza è confermata, oltre che dalle lapidi, da una irregolarità nel punto di incontro.

Successivamente a Lanfranco e Wiligelmo subentrarono alcuni seguaci e Maestranze Campionesi, cioè provenienti da Campione d’Italia.
A loro si deve il completamento della torre campanaria (la lanterna a base ottagonale) e la grandiosa Porta Regia sulla Piazza Grande che conferisce al fianco meridionale l’aspetto di una seconda facciata.

Viene segnalato l’anno 1389 come data definitiva di completamento.

In seguito vi sono stati interventi di ripristino e restauro.
Il più importante e particolare fu quello effettuato ai primi del '900 che abbassò di una ventina di centimetri il pavimento e liberò i fianchi del Duomo dalle costruzioni che, nel tempo, si erano appoggiate.




ESTERNO

LA FACCIATA DI WILIGELMO

La facciata con l'entrata principale si trova in Piazza del Duomo, attigua a Piazza Grande.
 È a salienti, cioè possiede una copertura con una successione di spioventi, che riflettono la forma interna delle navate.

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Il portale maggiore è arricchito da un protiro a due piani con un’edicola dalla volta a botte.
Il protiro, cioè il piccolo portico a cuspide e a protezione dell’ingresso, è retto da due leoni stilofori, cioè reggenti una colonna ciascuno.

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I due portali laterali invece furono aggiunti dai Maestri Campionesi. 

Quattro sono i celebri e bellissimi pannelli a rilievo con le Storie della Genesi di Wiligelmo.
Due si trovano al di sopra dei portali laterali e gli altri due a fianco di quello centrale.

Le scene si leggono da sinistra a destra.
All'epoca i pannelli erano posti alla medesima altezza, per essere comodamente letti dai fedeli, in pratica analfabeti, che potevano così "leggere" la storia biblica illustrata.
Oggi i due pannelli esterni sono rialzati dopo la costruzione delle porte laterali.

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1- Creazione dell'uomo, della donna e Peccato Originale.

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2- Cacciata dal Paradiso Terrestre.

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Cacciata da Paradiso Terrestre, particolare.




3- Sacrificio di Caino e Abele, Uccisione di Abele e Rimprovero Divino.

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4- Uccisione di Caino, l'arca del diluvio, uscita di Noè dall'arca.

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Di Wiligelmo sono anche altri rilievi, come leone e pantera che cercano di divincolarsi dalle spire dei serpenti (simbolo dell'uomo che si libera dal peccato).

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Sopra i portali sei arcate racchiudono trifore e vanno a comporre un loggiato.

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Il grande rosone venne aggiunto dai Maestri Campionesi assieme al Cristo in Gloria in alto.

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IL FIANCO MERIDIONALE

Il fianco meridionale affacciato su Piazza Grande è caratterizzato dal loggiato (che prosegue quello della facciata) e da due porte riccamente decorate: Porta Regia e Porta dei Principi.

Sui salienti dei muri diaframma si susseguono, quattro per parte, una serie di Metope, con soggetti misteriosi, mostruosi, singolari.
Per motivi di conservazione negli anni 1950 sono stati staccate e si conservano presso il Museo Lapidario del Duomo.
Sono sostituite da copie realizzate dallo scultore Benito Boccolari.

Ho trattato le Metope in una pubblicazione dedicata al Museo (vedi a piè di pagina).

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PORTA REGIA

Porta Regia è opera dei Maestri Campionesi , databile fra il 1209 e il 1231.
È in marmo rosa e presenta alcuni gradini.

Il protiro è retto da quattro colonne.
Le due colonne posteriori sono formate ciascuna da quattro colonnine intrecciate, simbolo della Trinità.
Le due anteriori sono sorrette da grandi leoni stilofori.

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Quello di destra protegge con una zampa un animale mansueto (simbolo del Cristo che protegge il fedele giusto).

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Quello di sinistra doma con due zampe un animale che si ribella (simbolo del Cristo giudice che condanna il peccatore).

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Alla porta, definita a strombo, viene conferita imponenza da quattro colonne per lato, tutte diverse, decorate a tralci vegetali che corrono lungo la lunghezza del protiro.

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Tra gli stipiti e l’architrave della porta, vi sono un drago e un leone che simboleggiano i pericoli che il fedele deve affrontare nella vita e che lascia all’esterno quando entra in chiesa.

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Il secondo piano del protiro vede tre arcate sorrette da otto colonnine.
All’interno una statua di San Geminiano (il cui originale è ai Musei del Duomo) e una curiosa costola fossile di balena.

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PORTA DEI PRINCIPI 

Questa porta è opera di scultori della scuola di Wiligelmo.
Vi entravano i battezzandi, infatti la porta di chiama anche del Battistero.

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All'interno degli stipiti le Storie di San Giminiano, con i 12 apostoli, mentre sotto l'architrave due angeli sorreggono l'Agnus Dei.

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LE ABSIDI

Continua nelle tre absidi il motivo di archi con trifore, già visto nella facciata e sul fianco meridionale, posto ad altezze diverse per via delle dimensioni minori delle absidi laterali rispetto a quella centrale.

Al di sopra si vede la parte posteriore del presbiterio, fiancheggiato da due torrette a base ottagonale.

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Al di sotto della lapide dedicata a Lanfranco, già vista in precedenza, noto meravigliosi ornamenti.

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IL FIANCO SETTENTRIONALE

Questo fianco non è ben visibile per via degli edifici vicini e dei due muri trasversali con arco gotico aggiunti nel 1338 per consolidare la torre campanaria.

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Vi si trova la Porta della Pescheria, realizzata dalla scuola di Wiligelmo fra il 1110 e il 1120.
Così si chiama perchè di fronte si trovava il mercato del pesce.
È protetta da un protiro poco profondo retto da leoni stilofori.

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A differenza delle altre porte, negli stipiti e nell'architrave sono raffigurati soggetti profani: favole della mitologia greca, credenze popolari e romanzi letterari cavallereschi.
Affacciandosi sulla via Emilia, accoglieva i pellegrini: da qui il contenuto internazionale e pagano dei rilievi.

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Negli intradossi degli stipiti i bassorilievi raffigurano i dodici mesi dell'anno con le allegorie dei mesi.

Dal basso, stipite destro:
. gennaio concia il maiale: un uomo incappucciato brandisce una zampa di maiale
 . febbraio si scalda al fuoco avvolto in una coperta: un uomo è avvolto e coperto
 . marzo pota le viti: un contadino esegue il lavoro

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. aprile reca in mano mazzolini di fiori: un uomo ben vestito si trova in mezzo ai fiori
. maggio mese in cui si iniziavano le guerre: un uomo conduce un cavallo
. giugno taglia l'erba con la falce: un contadino esegue la falciatura

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Dal basso, stipite sinistro:
. luglio falcia le spighe di grano: un contadino prepara i covoni
. agosto batte il grano: un contadino esegue il lavoro
. settembre pigia l'uva dentro una botte: un contadino pigia l'uva

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. ottobre versa il vino: un contadino travasa il vino nelle botti
. novembre semina: un contadino semina il grano
. dicembre prepara la legna: un uomo esegue il lavoro

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INTERNO DEL DUOMO

La pianta della chiesa è di tipo basilicale a tre navate, senza transetto, cioè quello spazio laterale che interseca perpendicolarmente il corpo centrale della chiesa, costituendo così simbolicamente la forma di una croce.

Le pareti che separano le navate sono scandite da archi a tutto sesto poggianti su pilastri alternati a colonne.

Il presbiterio è sopraelevato sulla cripta.

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IL PONTILE CAMPIONESE

Dopo Lanfranco e Wiligelmo, il Duomo fu abbellito da interventi architettonici e scultorei di Anselmo e i Maestri Campionesi, suoi allievi.

Il magnifico pontile, opera di Anselmo, è sorretto da colonne.

Sopra il pontile pende un notevole crocifisso ligneo del 1270.

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Le colonne poggiano su telamoni seduti e curvi (simbolo di uomini di fede che sorreggono la chiesa) e da leoni stilofori che sono accucciati sulle loro prede ribelli.

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Le sculture che esaltano la maestria dei Campionesi sono i rilievi che ornano il pontile:
nell’ambone, cioè la tribuna sopraelevata dalla quale vengono proclamate le letture, vi sono figure dei dottori della chiesa con i simboli degli Evangelisti.

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Nel parapetto i rilievi marmorei dipinti attraggono per la loro particolare bellezza.
Raffigurano scene della Passione di Gesù:
la Lavanda dei piedi,
l'Ultima Cena
il Bacio di Giuda,
la Cattura di Cristo,
Giudizio di Pilato,
Cireneo che porta la croce.

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LA CRIPTA 

La cripta è una vera e propria chiesa sotterranea a nove navate e quattro campate.
Vi accedo dalla navata centrale scendendo alcuni gradini.

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Sulla destra la "Madonna col bambino, una fantesca e due committenti", gruppo in terracotta dipinta, di Guido Mazzoni, del 1480.

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È detto anche "Madonna della Pappa" per il gesto compiuto dalla serva che soffia sulla ciotola per raffreddare la pappa prima di darla al bambino. 
Particolarmente originale il tema trattato.

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TOMBA DI SAN GEMIGNANO

San Geminiano nasce a Cognento, 5 km da Modena, nel 312 d.C.

È stato vescovo dell’antica città di Modena, Mutina, fra il 342 e il 396 d.C.

Alla sua morte, nel 397, fu sepolto nella necropoli. Sul sepolcro venne poi costruita una chiesa, che divenne la prima cattedrale, poi sostituita dall’attuale Duomo, quindi l’urna con le spoglie del santo non è mai stata allontanata.

Le reliquie sono conservate all’interno di un sarcofago in pietra del IV secolo, a sua volta riparato da una teca in cristallo. 

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Il sarcofago, che si trova dietro l'altare della cripta, viene aperto ogni anno in occasione della festa del santo, il 31 gennaio, e le spoglie vengono esposte ai fedeli.

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Il pontile e la cripta sono due parti di questa basilica di massimo interesse, ma naturalmente non si possono trascurare le altre opere conservate all’interno.

Ecco quindi:

NAVATA SETTENTRIONALE


"Altare delle statuine", una grandiosa ancona di terracotta del 1440, a forma di polittico gotico, opera di Michele Niccolò Dini, detto Michele da Firenze.
Vi sono scene della vita di Gesù e un alto e slanciato coronamento di pinnacoli.

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Sopra l’altare un piccolo dipinto su pietra detto Madonna delle Ortolane o Madonna di Piazza, del 1345, perché in origine era posto all’esterno sul fianco meridionale del Duomo.

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Il pulpito di Enrico da Campione, 1322.

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PRESBITERIO

All’inizio del presbiterio si trova la statua "San Geminiano salva un fanciullo caduto dalla Ghirlandina", 1442 circa, di Agostino di Duccio, in marmo di Aurisina.
 La leggenda vuole che il santo patrono lo abbia salvato acciuffandolo per i capelli.

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LE ABSIDI

Furono affrescate da due pittori modenesi alla fine dell'Ottocento in stile bizantino: sono considerati dipinti mediocri e anacronistici.

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Affreschi abside maggiore


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Abside minore





NAVATA MERIDIONALE

Il monumento funerario in marmo di Francesco Maria Molza, poeta di nobile famiglia modenese, è opera di Bartolomeo Spani, 1516.

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Presepe in terracotta di Antonio Begarelli, 1527, di notevole finezza con figure ispirate all’arte classica.

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Infine, attigua alla Porta dei Principi (o del Battistero), vi è la fonte battesimale.
Alla parete l'affresco attribuito a Cristoforo da Lendinara, 1472, in parte danneggiato dai bombardamenti del 1944: "Madonna aureolata e Giudizio Universale".

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Il Duomo di Modena è un'antologia e una miniera della scultura medievale romanica.


La scuola modenese degli allievi di Wiligelmo fu molto importante nel Nord Italia, come ad esempio nell'Abbazia di San Silvestro nella vicina Nonantola.

→ NONANTOLA

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ORARI DI APERTURA
Lunedì : 7-12.30 /15.30-19
Martedì-Domenica : 7-19

Non è visitabile durante le funzioni e la domenica mattina.

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Sitografia: 



martedì 28 febbraio 2023

SULLA TRACCIA DI NIVES

ERRI DE LUCA 


Un libro scritto a due voci, che dialogano e raccontano. 


NIVES MEROI

Nives è fra le maggiori alpiniste donne della storia.

nives_meroi
©enciclopediadelledonne/nivesmeroi

Insieme al marito Romano Bennet ha scalato tutti i 14 ottomila senza l’uso di ossigeno nè portatori sherpa ed è la prima coppia in assoluto a riuscire nell’impresa.

Singolarmente è la seconda donna al mondo a compiere questa impresa senza l’uso di ossigeno e la terza in assoluto.



ERRI DE LUCA
Enrico, detto Erri, è scrittore, giornalista, poeta e traduttore.

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©giornalesentire.it


Il suo curriculum, dal punto di vista letterario, politico e di teatro è sterminato.
Per vivere ha svolto diversi lavori manuali: operaio in fabbrica e muratore.

Ha studiato da autodidatta diverse lingue, fra cui il russo, lo swahili, l’yiddish, e l’ebraico antico, da cui ha tradotto alcuni libri della Bibbia.

Le sue opere vedono cinquanta libri di narrativa, quattro raccolte poetiche, diverse scritture per il teatro, il cinema e una dozzina di traduzioni.

È conosciuto anche nel mondo dell’alpinismo e dell’arrampicata sportiva, nel 2002 è stato il primo ultra cinquantenne a superare un 8b+ alla grotta dell’Arenauta di Gaeta. 
Si definisce un grande amante della montagna, passione trasmessagli dal padre che faceva parte del corpo degli alpini.

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Questo libro nasce dall’esperienza personale di una spedizione himalayana insieme a Nives, effettuata nel 2005, al tentativo di salita al Dhalaugiri, 8167 m.

La "traccia" è quella della montagna di Nives, Erri cerca di seguirla ma non può stare al passo perché Nives viaggia su un altro pianeta.
Erri infatti accompagna al campo base e scrive.
Nives, Romano e Luca Vuerich salgono per la cima, anche se il tentativo fallisce a 8100 metri ingannati da un palo piantato nella cima sbagliata.
La cima superiore si trovava lontana oltre due creste impraticabili.
Altri alpinisti, come colui che aveva piantato il palo sulla cima sbagliata, sarebbero scesi dicendo di averla raggiunta, ma questa tentazione per loro è da escludere.
Conquisteranno il Dhaulagiri l'anno successivo, nel 2006.
 Quando questo libro è stato scritto, la coppia aveva raggiunto la cima di sette dei quattordici ottomila.

Erri è esperto in salita, conosce la montagna e riconosce i suoi limiti e da questo coro a due voci nascono perle di saggezza. 


DOLOMITI 

Erri chiede a Nives: "Non so se sei salita sulla parete nord della Cima Grande di Lavaredo. Messa in mezzo fra la Ovest e la Piccola, fa un poco di arco, l’effetto è di stare in un teatro minerale dove pure il respiro fa rumore, risuona nell'acustica perfetta.

Cima Grande Lavaredo, parete nord - ©scuolaguidodellatorre


In montagna la terra si spalanca alla pioggia, alla grandine, alla neve, le montagne applaudono i fulmini con scariche di sassi.
I ghiaioni che stanno alla base delle Dolomiti sono un mare di applausi, di roccia spellata, bianca confetto, un calcare da nozze.
Ecco, sono un visionario.

Nives in questo caso è più "terrena": "Sei pieno di frasi che si sono incagliate nella testa, ci giri intorno, riesco a seguirti poco."
Pagina 26-27, (il sonoro)


AMMORE

Nives: "Di solito Romano arriva e mi aspetta.
Sulla cima del Lhotse è rimasto ad aspettarmi un paio di ore. Quando qualunque alpinista non vede l’ora di cominciare la discesa, anche per non raffreddarsi, lui è rimasto a 8500 metri col tempo che iniziava a peggiorare, è stato ad aspettarmi, certo che sarei prima o poi arrivata.
Non è sceso a vedere se per caso ero tornata indietro, se avevo rinunciato.
Era certo che sarei salita ha aspettato la sua Nives, per poterci toccare là sopra.
E questo non è solo amore, ma una fiducia smisurata. E se non è amore, deve essere qualcosa di altrettanto violento, scatenato, se non è amore ha la forza di una valanga.
Da qualche parte hai scritto che il napoletano raddoppia la emme di amore e così gli dà più peso. Mi piace, lo adotto per il nostro caso, il nostro ammore."
Pagina 54, (ammore)

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©ilcorriere



ROCCIA E NEVE 

Erri: "Le creste, le cornici di neve mi spaventano, come camminare sulle meringhe. Invece su roccia mi piace la linea che risale uno spigolo, esposto a due versanti.
Più della linea retta che percorre una parete senza girare ostacoli, amo la sagoma spezzettata che va lungo un bordo e metti i piedi sulla cucitura di due facce.
Di solito sono vie più facili di quelle in piena parete, però hanno più aria, più vuoto intorno ai fianchi.
Salire uno spigolo e andare su una spina dorsale, scalare vertebre."
Pagina 61, (il lanciatore di coltelli)

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Erri de Luca in parete, dal libro "Sulla traccia di Nives"



LA MERAVIGLIA E LO STUPORE DELLA MONTAGNA 

Erri: "Spostato in montagna ho ripreso l’impulso di stupirmi.
Lo stupore è uno scatto di gratitudine, in montagna lo imparo di nuovo e riesco a vedere mondo e facce sotto la luce radente delle apparizioni.
Ed ecco di nuovo le montagne, il collo si piega un po’ all’indietro, le pupille vanno verso il soffitto, se c’è sole la mano si mette a visiera sulla fronte.
 È il sommario "attenti" del corpo per lo stupore di trovarsi lì.
Pagina 75-76, (miracoli)



IL RESPIRO IN SALITA E IN DISCESA 

Nives: "Quando inizio a scendere, il fiato si rigira e fa un cambio di marcia.
In salita soffio sullo sforzo, nel punto del bisogno maggiore, quando i muscoli chiedono ossigeno.
In discesa respiro a passo terminato, un mezzo tempo dopo che in salita.
Pagina 80, (fiato)



IL RESPIRO IN MONTAGNA ESIGE MENTE SGOMBRA 

Erri: "Un prigioniero, in carcere per motivi politici, mi ha scritto: "Respira anche per me."
Non lo so fare, non ho polmoni sgombri.

Nives: "No, così non puoi salire. Qua devi pensare solo alla montagna e a te, non devi portare pesi oltre quello dello zaino e il tuo.
Questo è un posto che pretende tutto, devi lasciare a valle il tuo maltempo, ce n’è già abbastanza qua.
Ogni pensiero e sforzo è assorbito dal compitaccio che ci siamo dati, scalare questo bestione.
Guai a te se hai altri pensieri.
Sembra che ti passano solo per la testa, invece te li ritrovi nei polmoni a tagliare fiato, a strozzare il passaggio del sangue.
Se questa salita, ora e adesso, non è la sola cosa che ti importa, non ce la puoi fare.
Questo è un posto insaziabile, vuole tutto e spesso neanche basta."
Pagina 108, (maltempo)

Nives-Meroi-Erri-de-Luca
©milanoweekend/nivesmeroi


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Segnalo:
"Alé", docu-film di Marco Zingaretti, 2019, con la partecipazione di Erri de Luca.
Il film segue per sei mesi l'attività di arrampicatori non professionisti.
Anche Erri de Luca viene ripreso mentre arrampica e allo stesso tempo è la voce narrante del film.

Vi si trova soprattutto la sua filosofia di uomo amante della montagna.








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Note: "Sulla traccia di Nives", Erri de Luca, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 2009; prima edizione 2005.

Il testo virgolettato l'ho riproposto con il rispetto del diritto di citazione.

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Nives Meroi, tigre di alta montagna - Minù, tigre di casa mia