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domenica 9 gennaio 2022

MURANO

La laguna settentrionale di Venezia vede moltissime isolette. 
Insieme a Burano e Torcello, Murano è fra le più visitate, ed è famosa per la sua tradizione dell’arte vetraria.


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In genere un paio di giorni sono consigliati per la visita alle tre isole.


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©google earth - ©mappatura Monica Galeotti




A Murano gli artigiani veneziani lavorano il vetro fin dal X secolo.
La sua particolare storia inizia però nel XIII secolo quando, a causa della pericolosità dovuta agli incendi che questo tipo di lavorazione poteva causare, l’intera industria del vetro fu trasferita sull’isola.
A Murano la lavorazione diventa una vera e propria specializzazione con la tecnica della soffiatura, unica nel suo genere.
Nascono i maestri soffiatori, custodi di tecniche segretissime. 
Nel XV secolo la produzione di Murano era di estrema eccellenza e per secoli ebbero il monopolio nella produzione degli specchi. 

A contrastare lo strapotere del vetro veneziano arrivò il cristallo di Boemia.
Fu quello il periodo in cui le regole per tutelare l’arte del vetro si inasprirono.
Nel 1441 nacque la Mariegola, un complesso di norme che consentiva di esercitare il mestiere soltanto ai muranesi e nel 1605 fece la sua comparsa il Libro d'Oro dove apparivano i nomi degli appartenenti alla "Magnifica comunità di Murano", ottenerne l'iscrizione non era semplice e solo gli iscritti potevano esercitare nelle vetrerie.

Le figure dei maestri vetrai diventarono
talmente preziose che, nel caso decidessero di lasciare la città, erano dichiarati colpevoli di tradimento e condannati alla pena capitale.



IL PERCORSO 
1- FONDAMENTA DEI VETRAI
2- MUSEO DEL VETRO
3- CHIESA DEI SANTI MARIA E DONATO (DUOMO DI MURANO)
4- FORNACE


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©google earth - ©mappatura Monica Galeotti


Parto da Venezia dalle Fondamenta Nove e sbarco con il vaporetto a Murano Colonna in circa 10 minuti di viaggio.
Al momento dello sbarco numerosi impiegati delle fornaci aperte al pubblico invitano ad accedere con un'offerta di gratuità.
È facile rimanere infastiditi da questo tipo di proposta, che nasconde la procura di un affare, ma è bene sapere che sono autorizzati dal Comune per ottenere la visibilità delle vetrerie.

È interessante vedere un maestro vetraio al lavoro e, alla fine del mio percorso, deciderò di entrare casualmente nella prima fornace che mi ispirerà. 


1- FONDAMENTA DEI VETRAI

Oggi gli artigiani-artisti del vetro si trovano soprattutto lungo Fondamenta dei Vetrai, una passeggiata lungo il Rio dei Vetrai dietro cui sorgono le fornaci.

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I loro laboratori sono contrassegnati dall’insegna "Fornace", che segnala un livello di prodotto di qualità superiore; in questo caso la definizione significa che si differenzia, si distingue e non può essere copiato altrove. 


Lungo il passeggio posso ammirare i calici di Cesare Toffolo. 

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Le alghe marine mosse dalla corrente del mare di Davide Penso (glass seaweed).

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Oltrepasso il ponte Vivarini (detto ponte Longo) sul Canal Grande di Murano e mi dirigo verso il Museo del Vetro.

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Proprio così: anche Murano possiede il suo Canal Grande; d’altronde se guardo la cartina la sua forma sembra ripetere quella del Canal Grande veneziano.

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2- MUSEO DEL VETRO

Il museo purtroppo ha un’apertura ridotta (dal giovedì alla domenica dalle 12 alle 16) e non sono riuscita a visitarlo; qui l’arte del vetro fa bella mostra di sé, con preziosissimi pezzi. 
Fu fondato nel 1861 dall’abate Vincenzo Zanetti e contribuì al risorgere di Murano. 
Le vetrerie di Murano infatti subirono una profonda crisi a seguito dell’affossamento della Repubblica di Venezia durante la cessione all’Austria. 
Grazie al museo si recuperò il passato con la storia del vetro. 

Il resto lo fecero alcuni appassionati, come il fiorentino Angelo Salviati che a Murano fondò una vetreria che formò maestri fondamentali per la ripresa delle attività vetrarie.

Ammiro il palazzo che lo ospita, l’antico palazzo Giustinian, che dal 1659 fino alla sua soppressione ospitò la sede del vescovado di Torcello.

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3- BASILICA DEI SANTI MARIA E DONATO 

Arrivo dal canale a Campo San Donato e vedo l’abside con le sue nicchie e le sue colonne: che meraviglia.
Questa però non è la sua facciata, la facciata è nascosta e si trova sul retro.

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Prima di entrare osservo questo capolavoro architettonico: l’abside esterna è a pianta semicircolare con finto porticato a nicchie e colonne binate, abbellita e resa rara da una grande ricchezza di elementi decorativi.

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Il campanile, una torre quadra a tre sezioni, ha una caratteristica forma ad archetti e lesene delle costruzioni veneto-bizantine.
La cella campanaria, a trifore e coronamento ad archetti, è mancante della cuspide conica terminale.

Ai piedi del campanile il Monumento a Caduti, realizzato nel 1927 dallo scultore muranese Napoleone Martinuzzi.

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Colpisce il contrasto notevole con la facciata, che è semplicissima; sul portone d’ingresso un rilievo marmoreo rappresenta San Donato e un devoto, una scultura della fine del 1300. 

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L’entrata è libera. 

Nel VII secolo in origine si trattava di una modesta cappella dedicata al culto di Maria.
Nel 1125, dopo che per opera del Doge Domenico Michiel era stato recuperato il corpo di San Donato, ebbe il nome del santo. Le ossa furono portate da Cefalonia insieme ad altri tesori d’oriente dopo lo sfascio dell’Impero Bizantino.

L’edificio subirà modifiche nei secoli successivi, soprattutto XVIII secolo.

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La chiesa custodisce capolavori: il primo è il mosaico pavimentale in stile bizantino risalente al 1140 circa. 
È composto da tasselli di marmo e paste vitree colorate, e alterna pattern geometrici con raffigurazioni di animali di derivazione persiano-sasanide, come le coppie di pavoni che si abbeverano. Il calice da cui si nutrono i pavoni è simbolo della grazia divina.

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"Aquila Christi"
Rappresenta la rigenerazione. Tiene fra gli artigli un piccolo uccello, simbolo della debolezza umana che lei risolleva.

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Posso ammirare questo pavimento grazie ai significativi restauri compiuti fra il 1973 e il 1976, grazie ai fondi del "Save Venice" di New York. 
Il pavimento è stato interamente staccato a pezzi, restaurato e poi rimesso a posto dopo la costruzione sottostante di un grande bacino impermeabile in cemento armato, che difende la basilica dalle alte maree che ne aggredivano i mosaici.

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I mosaici di questa pavimentazione sono di due tipi: TESSELLATUM e SECTILE. 

Il mosaico TESSELLATUM è costituito da piccole tessere di forma quadrata, usato soprattutto per le figure simboliche tipiche dei bestiari medievali, allegorie dei vizi e delle virtù umane, come appena evidenziate.


Il mosaico SECTILE è invece costituito da piccole lastre di marmo tagliate geometricamente, per rappresentare il simbolismo religioso.


Quest'ultimo stile di mosaico è rappresentato nell'altro capolavoro di questa chiesa: il mosaico della madonna nell’abside, la "Vergine orante", risalente al XII secolo.
Si ammira messa in evidenza dal bagliore delle tessere di vetro dorato del fondo, prodotte dalle fornaci dell’isola.

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In modo singolare dietro all’altare sono appese le leggendarie ossa di drago.
Secondo una leggenda il drago fu ucciso da San Donato, i cui resti mortali sono conservati come reliquie.

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In questa basilica l’arte è di ispirazione platonica con il quadrato come figura geometrica che rappresenta la dimensione umana, racchiusa nei suoi limiti, il cerchio che rappresenta il divino, per l’assenza di un inizio e di una fine.




4- FORNACE

La presentazione della lavorazione del vetro è, come dicevo, finalizzata ad una aspettativa di acquisto, questo è chiaro, ma è una buona occasione per osservare l'abilità dei maestri vetrai.

Dopo aver visitato il Duomo continuo la passeggiata sul Canal Grande lungo Fondamenta Navagero.

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Trovo l'occasione per entrare nella Vetreria Ducale, al numero 76.

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L’ambiente è quello di un affascinante laboratorio industriale.

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In questo caso vengono mostrate le realizzazioni di un bicchiere e di un cavallino rampante.
È un tipo di oggettistica comune, esposta copiosamente in ogni negozio di souvenir di Murano e di Venezia. 
Ma bisogna saperlo fare, è un’arte!

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Gli strumenti del mestiere sono la canna di acciaio (per prelevare dal forno il bolo di vetro fuso e per soffiare il vetro), le forbici e le pinze.
Gli strumenti vengono utilizzati quando il pezzo è malleabile, cioè fra i 700° e i 900°. 



È stato bello esserci. 


Mi avvio verso il vaporetto al Faro di Murano: lo intravedo, ci sono quasi.

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È dalla Stazione Faro che i vaporetti portano alle isole più lontane.


Per me direzione


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Bibliografia:
-Bell'Italia n. 5, Speciale Isole di Venezia, settembre 1990, Editoriale Giorgio Mondadori:
"Murano in fiore", di Giuseppe Grazzini, pp.78-81.
"Il più trasparente dei segreti", di Cristina Pauly, pp.82-91.
"Prima l'abside", di Leopoldo Petragnoli, pp.92-99.


martedì 26 marzo 2019

MUSEO DEL PATRIMONIO INDUSTRIALE

via della Beverara, 123 - Bologna


Il museo si trova all'interno dell'ex Fornace Galotti, costruita nel 1887 dall'imprenditore Celeste Galotti e dotata di un Forno Hoffman a cottura continua, rimasto in funzione fino al 1966. Il Comune decise di restaurare l'ex fornace negli anni 1980 recuperando circa 3000 m². Una parte del complesso ospita il museo dal 1997.


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Si trova nella prima periferia di Bologna, all'altezza del → Sostegno del Battiferro sul Canale Navile, di cui sfruttava l'acqua, ugualmente ad altri opifici che sorgevano in quest'area, come la prima centrale elettrica della città.
Inoltre il terreno del Battiferro ha sempre avuto un'argilla di buona qualità, materia prima per la fornace.

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Il museo documenta la storia economico-produttiva della città di Bologna, dal 1400 (Età Moderna) fino ai giorni nostri.

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L'evento che portò alla fondazione del museo fu una mostra all'interno delle Scuole Aldini-Valeriani, che recuperava ed esponeva le collezioni storiche.
La mostra poi, ampliata nel tempo, si arricchì di plastici per documentare il sistema idraulico artificiale della città.
In particolare la costruzione di un modello funzionante di mulino da seta alla bolognese, presentato nel 1986 alla 17 ͣ triennale di Milano dedicata al luogo del lavoro.

Oggi questo mulino è il punto di forza del museo.


Il museo è così disposto:

1- PIANO TERRA

2- PRIMO PIANO

3- SECONDO PIANO



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1- PIANO TERRA

Il Forno Hoffman occupa, si può dire, l'intera area del museo. E' costituito da una camera del fumo centrale, circondata da una galleria ad anello con volta a botte.
La galleria possedeva 16 camere, per la cottura di laterizi a ciclo continuo.
Celeste Galotti portò modifiche innovative ai forni, dotandoli di bocchettoni per il fumo, e la galleria a botte, particolarmente adatta alla cottura delle tegole piane.

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Oggi nella galleria ad anello sono esposti gli strumenti e le macchine provenienti dalle collezioni Aldini-Valeriani, la più antica scuola tecnica della città.

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Il corridoio del forno durante i lavori di ristrutturazione.

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©wikipedia




Nel corso del '900 le fornaci Galotti a Bologna saranno sei, di cui quattro nella zona del Canale Navile, le altre a Borgo Panigale e a Corticella.

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©Museo del Patrimonio Industriale. Monica Galeotti©photo





E' doveroso iniziare la visita da una vecchia foto dell'Istituto Aldini Valeriani con i banchi di aggiustaggio, all'interno della Chiesa di Santa Lucia, sua prima sede negli anni 1940.

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©Museo del Patrimonio Industriale. Monica Galeotti©photo



Le Aldini-Valeriani, oggi in via Bassanelli 9/11, rappresentano l'inizio di una nuova era industriale per Bologna e punto fondamentale di questo museo.

Vediamo il tecnigrafo, strumento per il disegno tecnico, che fu essenziale per disegnatori tecnici, architetti e ingegneri. Dagli anni 1980 ma in particolare dagli anni '90, i disegni verranno effettuati con il CAD e il plotter per la stampa, anche se le aziende ad alto tasso tecnologico, per non sprecare carta, oggi usano i monitor.

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Luigi Valeriani fu docente di Economia Pubblica all'Università di Bologna dal 1801.
Fu promotore di iniziative d'impresa e lavoro come lotta al pauperismo. Conobbe Giovanni Aldini, fisico dell'Università di Bologna e nipote di Luigi Galvani, ed insieme collaborarono all'elaborazione del Nuovo Piano d'Istruzione, finito di discutere nel 1799.
Da questo Piano e dai testamenti con lascito economico di entrambi, rispettivamente del 1828 e del 1834, nasce la Scuola Tecnica che ancora oggi conosciamo.





Sempre al piano terra è presente una collezione di macchine degli anni 1940/60 di varie aziende che hanno creato il successo bolognese del confezionamento e imballaggio dei prodotti:


- la ditta CALZONI


Giuseppe Calzoni era un macellaio di Bologna che abbandonò la propria attività per dedicarsi alla produzione di candele steariche all'inizio del 1800.
Poi avviò una piccola fonderia in Strada Maggiore, per produrre con torchio a pressione posate in peltro. Alla sua morte i figli continuarono l'attività e nel 1876 la Calzoni otteneva il brevetto industriale del torchio a leva multipla per vinacce e olive con 2.400 pezzi venduti su tutto il mercato nazionale.
Dopo il 1887 la Calzoni si specializzava nella produzione di turbine idrauliche per gli impianti idroelettrici, con sede in via Petramellara.
Dal 1920 si unisce alla fonderia Parenti nella definitiva sede di via Emilia Ponente.
Oggi si occupa di oleodinamica.

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- la ditta IMA

L' "Industria Macchine Automatiche" venne fondata da Andrea Romagnoli nel 1961, in società con il cognato e il sostegno finanziario dei fratelli Giuseppe e Luigi Vacchi. Romagnoli era un perito meccanico diplomatosi nel 1947 alla scuola Aldini-Valeriani.
Oggi è Marco Vacchi a detenere il controllo dell'azienda.
Inizialmente IMA si occupava di costruire imbustatrici per l'idrolitina e confezionatrici per uova e figure di cioccolato.
Nel 1967 entra nel settore del tè in sacchetti filtro, e diventa azienda leader a livello mondiale (70% del tè in filtro consumato nel mondo).
Nel 1976 entra in campo farmaceutico con la macchina blisteratrice per capsule di compresse.
Unica nel suo settore IMA è quotata in borsa dal 1995, con stabilimenti di produzione in Germania, India e Cina.

Nell'immagine la IMA C20, confezionatrice di tè o erbe in bustine filtro, con filo ed etichetta, anno 1975 (progetto di Andrea Romagnoli).

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- la ditta G.D.

Nasce nel 1923 come capostipite nella produzione motociclistica.
Poi si esprime ed espande nella produzione di macchine automatiche nel secondo dopoguerra.
Due sono i nomi: il grande intuito imprenditoriale di Enzo Seragnoli e la genialità inventiva di Ariosto Seragnoli.
La G.D. diventa una grande azienda nel settore del packaging, con macchine incartatrici nel campo alimentare e macchine per il confezionamento del tabacco.
Per la G.D. oggi vedi → MAST.

Nella foto il modello 2250, confezionatrice per caramelle di forma ovoidale con incarto a doppio fiocco, anno 1957, progettista Ariosto Seragnoli.

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2- PRIMO PIANO

Il primo piano ospita le mostre temporanee, inserite insieme alle permanenti installazioni delle famose case automobilistiche e motoristiche della regione.

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La tradizione dei motori nella regione Emilia-Romagna è risaputa.
Nella sola Bologna le moto correvano alla Montagnola, all'Ippodromo, nel Circuito viale Oriani-via Trento e Trieste, nelle gare in salita Villa Spada-Casaglia, Bologna-S.Luca e Bologna-Barbiano.

Le automobili gareggiavano in città al Circuito dei Giardini Margherita e vie adiacenti negli anni 1920-'40.
Nella foto il "Gran Premio Bologna", 1927, che includeva anche il rettilineo dei viali e la salita della via Panoramica, vede la vittoria di Emilio Materassi su Bugatti.
In seconda fila col numero 24, Ernesto Maserati alla guida di una Tipo 26 Franco Zagari.

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©Museo del Patrimonio Industriale. Monica Galeotti©photo




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©Museo del Patrimonio Industriale. Monica Galeotti©photo





- la ditta Maccaferri

Sempre al secondo piano i gabbioni che hanno creato la fortuna della ditta Maccaferri.
Le grandi sacche di rete metallica riempite di sassi servono a impedire frane, rinforzare argini e creare sbarramenti in genere.
Il Gruppo Maccaferri oggi ha acquisito altre imprese, diverse per attività, che hanno portato l'azienda a diventare un colosso dell'imprenditoria.
Questi sviluppi non hanno interrotto la produzione dei gabbioni.

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- le macchine da gelato Carpigiani e Cattabriga

Alla Carpigiani nel 1951 il tecnico Ezio Manfroni, appena diplomato alle Aldini-Valeriani, progettava la macchina a rubinetto illustrata nella foto.
 Per tutti gli anni '50 e '60 la Carpigiani monopolizzò il mercato vendendo le sue macchine in tutta Europa e negli U.S.A., riuscendo anche ad assorbire l'azienda Cattabriga, nel 1970.

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3- SECONDO PIANO:

 "Bologna dell'Acque e della Seta"


Qui è collocato il famoso mulino in scala 1:2, che dà lustro al museo.
La produzione della seta si era sviluppata fra il 1400 e il 1700, e grazie alle innovazioni tecnologiche dei mulini che sfruttavano l'acqua dei canali, Bologna divenne famosa in tutto il mondo.

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A quel tempo le fibre tessili (canapa, lino, seta e lana) venivano filate a mano, con piccoli strumenti come il filarino, prima di essere lavorate al telaio.

L'innovazione partì dalla Toscana e precisamente a Lucca, dove comparve il primo filatoio a braccia di forma circolare, con il quale ebbe inizio la storia del mulino da seta.
Bologna, partendo da quell'ottimo risultato, perfezionò il filatoio con l'aggiunta della ruota idraulica, che permise la soluzione di tanti problemi.
La città divenne un grande centro industriale della seta e dava da vivere a circa 24.000 persone su 60.000 abitanti.

Lo spazio nella casa era organizzato in senso verticale:
in cantina le ruote idrauliche azionate dall'acqua muovevano le macchine per torcere i fili della seta (torcitoi), collocate nel corpo centrale dell'edificio.

Mentre i raccoglitori dei filati, gli incannatoi, erano sistemati nei solai.
Nella foto la ruota idraulica a cassette, 1855, riproduce in scala la ruota che muoveva il filatoio da seta della ditta Giulio Sabatini.

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Alla fine del 1700 vi fu un crollo irreversibile di questa produzione.
I concorrenti di altre regioni come il Piemonte, la Lombardia e il Veneto potevano contare su vaste aree rurali, numerosi canali, manodopera di origine contadina a buon mercato e grandi e perfezionati mulini da seta.
Bologna, chiusa a difesa del proprio primato e dei segreti industriali ormai di dominio pubblico, non riuscì a stare al passo coi tempi.

Tutto un mondo scompariva lasciando una moltitudine di lavoranti senza lavoro, artigiani senza mestiere e poche aziende impoverite e ripiegate sul mercato locale. La presenza di poveri e mendicanti ad ogni angolo della strada era il segno più evidente della perdita dell'antico primato.

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Ma Bologna riuscì a rialzarsi perchè, come abbiamo già visto, grazie anche al merito dei due intellettuali Giovanni Aldini e Luigi Valeriani, si avviò verso la moderna industrializzazione.

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Questo museo comunale fa parte dell'istituzione Bologna Musei e organizza numerosi laboratori e incontri a tema per divulgare la storia industriale della città.
E' un peccato che la posizione, strategica e insostituibile ma decentrata, lo penalizzi un poco.
 Un museo bellissimo e uno degli esempi più significativi in Italia di recupero di uno stabilimento industriale per fini museali.





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Bibliografia:
- Carlo Garulli-Valerio Montanari, "Castel Maggiore tra storia e memoria", 2007, ed. Pendragon.
- pieghevole "Acque Nascoste a Bologna", a cura di Bologna Welcome.
- legende Museo del Patrimonio Industriale.


Sitografia: