lunedì 7 luglio 2025

TEATRO MUNICIPALE ROMOLO VALLI

 piazza Martiri del 7 luglio 1960, 1 – REGGIO EMILIA


📌 Questo post è liberamente tratto dal racconto dell’architetto Mauro Severi, che nel 1999 ha diretto il restauro del Teatro Valli. Ho sbobinato e sintetizzato un suo intervento radiofonico, adattandolo al mio modo di scrivere.


Il teatro nel 1980 è stato dedicato al compianto attore reggiano Romolo Valli.
Siamo nel cuore di Reggio Emilia, una città di origine romana ma con un tessuto urbano prevalentemente medievale.


Facciata neoclassica del Teatro Romolo Valli a Reggio Emilia da cartolina postale anni '70, vista dalla piazza antistante
Teatro Valli da cartolina postale ricevuta da nonna Alma, 1972.


All’improvviso, la città storica si apre su un vasto spazio: è Piazza Martiri del 7 luglio, la piazza su cui si affacciano edifici importanti per la vita culturale e civile dei reggiani.

Nel 1960, durante una manifestazione antifascista, cinque operai vennero uccisi in quella che allora si chiamava Piazza Cavour, oggi piazza Martiri del 7 luglio.

Nell'atrio del Teatro Municipale fu allestita la camera ardente per le vittime.

L'area della piazza fu resa disponibile durante il periodo napoleonico, grazie alla demolizione della Cittadella militare degli Este, e sul lato nord della piazza spicca la splendida facciata del Teatro Municipale Romolo Valli, costruito nel 1857, in pieno periodo risorgimentale.

Facciata neoclassica del Teatro Romolo Valli a Reggio Emilia, vista dalla piazza antistante

Erano trascorsi pochi anni dalle rivoluzioni del 1848, ma la borghesia e la nobiltà cittadina vollero fortemente un nuovo teatro, dopo che un incendio aveva distrutto quello più antico.

Il teatro si presenta in uno stile tardo neoclassico: la facciata principale si affaccia su una fontana e si distingue per un elegante porticato sorretto da grandi colonne monolitiche di granito. 

Nella porzione sopraelevata dell’edificio, visibile dalla facciata principale come la fila di ampie finestre sopra il portico colonnato, c’è il ridotto, dove ebbe sede la Società del Casino, un circolo esclusivo della borghesia reggiana, prima che si trasferisse nell’attuale Palazzo Tirelli, sempre nel centro storico.

Questa parte dell’edificio, oggi come allora, è un grande salone destinato a funzioni di rappresentanza, incontri e ricevimenti legati alla vita del teatro.

Sulla sommità della facciata si stagliano oltre dieci statue raffiguranti personaggi e sentimenti legati alla scena teatrale – l’amore, l’ira, l’odio – in uno stile che richiama il Teatro Olimpico di Vicenza, esempio classico di eleganza e raffinatezza.

Facciata frontale del Teatro Valli con porzione di piazza e il cielo nuvoloso sopra Reggio Emilia

È un’opera che riflette il gusto colto e ambizioso della Reggio dell’Ottocento, in un’Italia ancora in transizione, ma già proiettata verso l’unità nazionale.

Con questo edificio la città volle riaffermare la propria vocazione culturale.

Reggio Emilia, fin dal Cinquecento, vantava una tradizione teatrale importante, con compagnie e autori di rilievo, come Ludovico Ariosto, che scrissero per la corte estense e per il pubblico cittadino.

La costruzione del nuovo teatro all’italiana, progettato dall’architetto modenese Cesare Costa, fu dunque una dichiarazione d’identità e prestigio, in un territorio in cui si contendevano la supremazia culturale Modena, sede della corte ducale, e Parma, che vantava già da tempo il suo prestigioso Teatro Regio.

Il Teatro Romolo Valli fu finanziato con risorse locali, a testimonianza dell’orgoglio e della determinazione dei reggiani. 

Ancora oggi, si presenta come un complesso monumentale perfettamente conservato, tra i più grandi e tecnicamente rilevanti dell’Ottocento italiano. Costruito in pietra e mattone a vista, con un sapiente uso del laterizio tipico della tradizione emiliana, non ha nulla da invidiare ai più celebrati teatri.

Ora entriamo attraversando questo grande porticato, per scoprire come è stato concepito dal punto di vista architettonico.

Prima di accedere alla sala principale troviamo due atri completamente decorati che fanno da filtro e introducono alla grande sala con il palcoscenico.

Busto in marmo Cesare Costa, architetto del Teatro Valli, esposto nell'atrio principale
Primo atrio, busto di Cesare Costa, l'architetto che progettò il Teatro Valli.


Busto in marmo di Achille Peri, compositore reggiano, esposto nell'atrio
Primo atrio, busto di Achille Peri, compositore e direttore d'orchestra reggiano.


Questi due atri non sono solo spazi di passaggio: hanno una funzione di accoglienza e consentono al pubblico di defluire in modo ordinato, ma al tempo stesso sono ambienti ricchissimi con decorazioni in stile neoclassico ed elementi barocchi.

Il secondo atrio ottagonale ha delle ampie aperture ad arco sostenute da semi-colonne corinzie con un effetto scenografico molto raffinato.

Non c’è un angolo che non sia decorato: stucchi, capitelli, dorature, simboli legati alla musica come la lira, porte dorate con vetri intagliati, soffitti affrescati, lampadari che spaziano dagli originali ottocenteschi fino ai liberty floreali, e pavimenti in terrazzo alla veneziana, realizzati in graniglia di marmi pregiati.

Tutto questo non è solo un esercizio di stile, ma anche un’affermazione: da un lato, della borghesia reggiana del tempo, dall’altro del ruolo culturale e sociale che la città voleva rivendicare nel proprio territorio.

Secondo atrio decorato con stucchi e affreschi che introduce alla platea del teatro municipale Valli
Secondo atrio del Teatro Valli, con decorazioni storiche e ingresso alla platea.


La volta è abbellita da dodici figure femminili (Baccanti), realizzate da Giuseppe Ugolini e da medaglioni con putti in chiaroscuro ad opera di Magnani.

Volta del secondo atrio decorata con dodici figure femminili dipinte da Giuseppe Ugolini

 Se pensiamo alla Francia del 1857, possiamo immaginare l’influenza di quell’estetica: un gusto ottocentesco che anticipa, qua e là, anche qualche suggestione liberty.

È come entrare in un tempio laico.

A Reggio c'è la grande Basilica della Madonna della Ghiara, massimo esempio del barocco emiliano — come ricordava Federico Zeri — ma anche questo teatro può essere visto come un tempio, dedicato però allo spettacolo e alla vita umana, alle emozioni e ai sentimenti.

Una chiesa della rappresentazione, con una funzione profondamente diversa da quella religiosa, ma altrettanto coinvolgente.


IL RIDOTTO

Dal secondo atrio si sale a un grande scalone che conduce al ridotto, al primo piano, dove un tempo si trovavano le sale del "Circolo del Casino".

Scalone ridotto – ©Fondazione I Teatri Reggio Emilia

Va chiarito che la parola "casino" indicava, all’epoca, una residenza estiva di campagna, un luogo di svago. E infatti questo circolo era pensato come uno spazio dedicato al divertimento della società reggiana. Fino agli anni Sessanta qui si tenevano feste da ballo, giochi, eventi riservati ai soci.

Oggi, tornata sotto la gestione del teatro, queste sale sono state restituite alla comunità e vengono utilizzate per concerti, conferenze, incontri pubblici.


SALA DEGLI SPECCHI

Il luogo più sfarzoso del ridotto è senza dubbio la Sala degli Specchi, quella che nell’Ottocento era la sala da ballo. Dobbiamo immaginarla nel suo pieno splendore, tra il 1857 e il 1858: la vita mondana di Reggio, i valzer viennesi, gli abiti eleganti, le luci riflesse… uno spazio che ricorda, per fasto e decorazioni, le sale di un vero e proprio palazzo reale.

Sala degli Specchi – ©Fondazione I Teatri di Reggio Emilia



Reggio Emilia non ha mai avuto una vera residenza signorile, come i palazzi ducali delle grandi città, anche se è stata capitale estense. Eppure, in quegli anni, questo ambiente ne ha assunto idealmente il ruolo: un luogo di rappresentanza, dove la borghesia reggiana affermava la propria centralità culturale e sociale attraverso la bellezza.

La Sala degli Specchi è decorata con una successione di lesene rivestite in marmorino chiaro, in una tonalità di bianco caldo, intervallate da pannelli dipinti in verde acqua. Il tutto è impreziosito da sottili filetti in oro zecchino, che danno luce e movimento all’insieme. A rendere l’ambiente ancora più suggestivo ci sono grandi specchiere originali dell’epoca, che riflettono e moltiplicano la luce, amplificando lo spazio.

Sala degli Specchi – ©Fondazione I Teatri di Reggio Emilia

Una delle particolarità del teatro di Reggio Emilia è proprio la sua illuminazione. Oggi è naturalmente elettrica, ma gran parte dei lampadari sono ancora quelli originali, perché questo fu il primo teatro in Italia a essere illuminato a gas. L’impianto fu realizzato da una ditta viennese, che costruì un sistema sotterraneo per la produzione del gas, capace di alimentare l’intero edificio: dalla sala grande agli ambienti più piccoli. Una modernità sorprendente, se si pensa che siamo nel 1857.

In questo contesto, gli specchi avevano una doppia funzione: riflettevano le persone — eleganti, danzanti, protagoniste della mondanità — ma servivano anche a moltiplicare la luce, contribuendo a creare quell’atmosfera da salone aristocratico.


LA SALA GRANDE

Questa sala è il cuore pulsante del teatro. È uno spazio monumentale, avvolgente, dalla classica forma a ferro di cavallo, con quattro ordini di palchi più il loggione. Tutto è finemente decorato con stucchi in marmorino bianco di Carrara, e impreziosito da dorature che incorniciano i palchetti e ne segnano i diversi livelli.

Salendo di ordine in ordine, la decorazione si fa via via più sobria.

Sala del Teatro Valli con cinque ordini di palchi disposti ad anfiteatro attorno alla platea



Il secondo ordine è il più ricco, e ospita il palco principale, un tempo riservato alla municipalità (in passato era il Palco Ducale).
All’interno, campeggia lo stemma del Comune di Reggio Emilia. Probabilmente quello ducale fu rimosso dopo l’Unità d’Italia.
Lo stemma comunale mostra una croce rossa e, in piccolo, la scritta SPQR: un riferimento alla fondazione romana della città e all’antico Senato reggiano. Reggio è una delle poche città italiane a includere ancora oggi SPQR nel proprio emblema.

Il principale, un tempo Palco Ducale – ©Fondazione I Teatri di Reggio Emilia

L’effetto complessivo della sala è di grande bellezza e calore: luce dorata, forme avvolgenti, colori intensi. Il palcoscenico è incorniciato da un grande boccascena decorato, con palchi di proscenio raffinati, e può essere chiuso da tre sipari diversi.

Il più tradizionale è il sipario rosso in velluto.

Sipario rosso in velluto, chiuso sulla scena della sala grande del Teatro Valli

 Poi c’è il sipario storico, dipinto da Alfonso Chierici nel 1857-58, e infine un sipario contemporaneo con una scena pastorale, opera del pittore Omar Galliani.

Il sipario di Chierici è particolarmente interessante. Raffigura il Genio delle Arti che presenta alcune tra le più importanti figure della cultura, dell’artigianato e della scienza. In origine, però, l’opera aveva un titolo diverso: l’Italia che presenta i suoi uomini illustri.

Ma il duca di Modena e Reggio, in pieno periodo risorgimentale, vietò di usare la parola "Italia", per non alimentare l’ideale dell’Unità nazionale. Il titolo venne allora cambiato ne Il Genio delle Arti, ma i reggiani non si lasciarono fermare.

Sipario Chierici – ©Fondazione I Teatri di Reggio Emilia


La volta della sala è infatti decorata con quattro grandi scene in cui personaggi alati volano in un cielo immaginario, rappresentando le diverse espressioni dell’arte.

La scena centrale, proprio sopra il boccascena, mostra tre figure: una vestita di bianco, una di verde e una di rosso. In modo sottile e geniale, il tricolore è stato dipinto nella cupola.

Personaggi alati in bianco, rosso e verde decorano la volta centrale della sala grande

Ma c’è di più: il grande lampadario centrale, chiamato Astrolampo, pende proprio sopra quella sezione del soffitto. Dal palco ducale, la scena con il tricolore non si vede. Così, mentre i cittadini potevano alzare lo sguardo e leggere quel messaggio nascosto, il duca, ignaro, ne restava escluso.

Il grande Lampadario centrale, chiamato Astrolampo, domina la volta della sala del teatro Valli

Mauro Severi continua a raccontare che partecipare al restauro del teatro è stata un’occasione esaltante, resa possibile dalla straordinaria collaborazione tra tutto il personale del teatro e i restauratori coinvolti. L’intervento è stato programmato nei mesi estivi, così da non interferire con la stagione teatrale.

Il risultato è stato sorprendente. Nella sala grande del palcoscenico, sotto strati di colore accumulati nel tempo, è riemerso il marmorino originale: uno stucco lucido con polvere di marmo, che rivestiva i parapetti e le balconate di tutti gli ordini. Sono riapparse anche le dorature e i rilievi in legno e stucco che arricchiscono l’intera struttura.

Una particolarità curiosa: i pannelli centrali degli stucchi, presenti nei vari ordini dei palchi, sono realizzati in cartapesta. Per restaurarli è stato necessario smontarli, e lì è avvenuta la scoperta più affascinante.

La cartapesta, infatti, era stata realizzata con pagine di libri. Durante il lavoro, sotto la foglia d’oro zecchino che li ricopriva, si sono potuti leggere i testi ancora visibili: romanzi, racconti, frammenti di pensieri. Come se, dietro alla bellezza visibile, ci fosse un racconto segreto.

Un doppio livello di narrazione, quindi: quello pubblico, sul palcoscenico, dove si rappresentano le emozioni, la vita e i sentimenti umani. E quello nascosto, silenzioso, impresso nella carta che compone gli stucchi delle balconate. Un racconto invisibile, che scorre lungo le pareti del teatro, come una memoria sottile e preziosa, custodita nel cuore stesso della sua materia.

Vista aerea della platea e dei palchi del teatro Valli dalla galleria superiore


IL DIETRO LE QUINTE

Il teatro è un organismo complesso, molto più grande di quanto il pubblico possa immaginare. Quella che si vede dalla platea è solo una parte — forse il 40% — di tutto ciò che serve per far vivere uno spettacolo.

Il resto è fatto di spazi tecnici, locali di servizio, passaggi nascosti, scale, ballatoi, laboratori.

Una delle cose più straordinarie è proprio questa "città invisibile" che lavora dietro le quinte. 

Nei sotterranei, un tempo, veniva stoccata la legna per il riscaldamento; c’erano i locali dove si produceva il gas per alimentare l’impianto di illuminazione, e ancora oggi si trovano gli ambienti dove si conservavano le scenografie e le macchine sceniche, alcune ancora funzionanti.

E poi ci sono gli uffici amministrativi, le sale prova per gli artisti, le stanze per l’orchestra.

Ogni palco della sala grande corrisponde a una piccola stanza privata: qui, le famiglie che avevano diritto al palco potevano ritirarsi, sorseggiare qualcosa, ricevere ospiti, conversare. Poi tornavano a sedersi nel momento più atteso dell’opera, per ascoltare le arie più celebri. Il teatro era anche un luogo d’incontro sociale, uno spazio di relazione e rappresentazione pubblica.

Il palco oggi riservato al sindaco era un tempo quello del governatore. È collegato da una scala nascosta a vari livelli del teatro e conserva ancora oggi una retro stanza arredata con i mobili originali: uno spazio intimo in cui, ancora adesso, è possibile accogliere qualcuno durante l’intervallo — anche se, naturalmente, la vita pubblica ha cambiato i suoi luoghi e le sue dinamiche.


LA BUCA D'ORCHESTRA

La sala grande, con il suo golfo mistico (buca d'orchestra), lo spazio ribassato e nascosto tra il palcoscenico e la platea, è un vero strumento musicale: costruita in legno, stoffa e stucco, vibra insieme alla musica.

Quando l’orchestra suona, risuona tutto lo spazio. Non c’è bisogno di amplificazione: anzi, spesso i suoni amplificati risultano meno gradevoli, proprio perché questo teatro è stato pensato per funzionare in armonia con le voci e gli strumenti acustici.


I BALLATOI

Ora ci troviamo sui ballatoi, sospesi sopra il palcoscenico: da qui si domina tutta la scena. È un luogo affascinante, quasi irreale, che ricorda le prigioni visionarie incise da Piranesi. Intorno a noi, corde, carrucole, scalette, ruote di legno. Le attrezzature originali servono ancora per eseguire i "tiri di scena": scenografie che salgono e scendono, sipari che si aprono, elementi che entrano ed escono con precisione millimetrica.

Alcune strutture verticali in legno erano usate per arrampicarsi fino in alto, ma oggi non sono più accessibili per motivi di sicurezza. Altri ballatoi attraversano l’intera bocca della scena da un lato all’altro, tutto rigorosamente in legno. La struttura originaria è stata conservata, ma l’impiantistica è stata aggiornata per permettere l’uso moderno di luci ed effetti speciali.

Ballatoio – ©Fondazione I Teatri di Reggio Emilia

Un tempo, però, gli effetti scenici si creavano con ingegno, non con la tecnologia. Ancora oggi, nei sotterranei, si trovano le antiche "macchine del suono": quella della pioggia, ad esempio, è una ruota in legno e lamiera, riempita di ghiaia. Facendola girare, si può riprodurre l’intensità della pioggia: da una leggera pioggerella a un temporale. Poi, la macchina del tuono: basta aumentare la velocità, e si sente il rombo scorrere lungo le pareti.

Quando queste macchine vengono azionate, è come se il teatro tornasse in vita. Raccontarle non basta: bisogna vederle, sentirle. Ci si trova immersi in un mondo affascinante, fatto di corde, cavi, ruote, leve — tutto così ingegnoso da sembrare uscito da una mostra di macchine di Leonardo da Vinci.


GRATICCIA

Nella graticcia, una struttura a maglia di travi, situata nella parte più alta del palcoscenico, ci sono ancora le ruote per avvolgere i cavi, i sistemi a contrappeso che permettono di muovere le scenografie da terra, senza dover salire. Tutto è autentico, tutto parla della maestria tecnica e artistica che rende vivo un teatro.

Graticcia – ©Fondazione I Teatri di Reggio Emilia


L'ASTROLAMPO

Stiamo salendo. Come nella biblioteca de Il nome della rosa, ogni scalino ci conduce sempre più in alto, sopra la sala grande, verso un luogo nascosto e quasi irreale. È un labirinto silenzioso, un mondo sospeso che custodisce un segreto: la manutenzione del grande lampadario, che qui viene chiamato Astrolampo.

Astro, perché ha la forma di una stella. Lampo, forse per l’effetto improvviso e abbagliante che produceva quando veniva acceso a gas.

Lampadario Astrolampo in primo piano, fotografato nella sala grande

Siamo quindi al di sopra della sala, nel cuore della copertura. Tutto è in legno: la volta è costruita con una struttura a cassettoni, anch’essi in legno, sopra la quale si stendono listelli e uno strato d’intonaco.

Al centro della volta c’è un foro, una graticciata da cui passano i cavi che sorreggono il celebre lampadario. È un oggetto magnifico: acciaio, legno dorato e vetro. Originariamente alimentato a gas, veniva sollevato proprio fino a questo spazio, attraverso grate mobili, per essere pulito e ricaricato. Qui, al riparo da occhi indiscreti, si poteva lavorare con agio e in sicurezza.

Sala situata sopra la volta affrescata del teatro, usata per la manutenzione dell'Astrolampo
©24 emilia.com

Ma questa apertura non serviva solo per il lampadario. Era parte anche di un ingegnoso sistema di ventilazione naturale: quando il teatro era affollato e la temperatura aumentava, si aprivano le grate per far uscire l’aria calda in eccesso, favorendo un ricambio d’aria dall’alto.

Il sistema conserva ancora oggi l’appoggio per i tubi di piombo che portavano il gas. Ed è impossibile non restare colpiti dalle capriate: enormi travi in legno provenienti dal Trentino, ancora con la ferramenta originale. Queste capriate distribuiscono il peso della copertura sui lati, lasciando completamente libero lo spazio sopra la sala.

Queste travi hanno una storia tutta loro: si racconta che, al momento del trasporto, fu necessario realizzare strade provvisorie fuori dai piccoli paesi di montagna, perché i tronchi — lunghi anche 15 o 18 metri — non riuscivano a passare tra le strette vie dei centri abitati. La stampa dell’epoca parlò dell’impresa come di un evento straordinario: alberi monumentali per un teatro monumentale.

Un pezzo di bosco Trentino che oggi vive sospeso sopra le teste degli spettatori del Teatro Municipale di Reggio Emilia.


LA SALA DEI PITTORI

Ancora più in alto della sala di manutenzione del lampadario, si apre un ambiente immenso: la cosiddetta Sala dei Pittori. Una sala che ha le stesse dimensioni della platea, e non per caso. Qui, infatti, si dipingevano le scenografie, grandi quanto l’intero palcoscenico.

È qui che, nel 1991, è stato realizzato anche l'ultimo bellissimo sipario del teatro: un'opera intitolata Siderea, ideata ed eseguita dal pittore reggiano Omar Galliani, rispettando la tradizione che ha voluto reggiani anche gli altri due sipari ottocenteschi: quello di Alfonso Chierici e di Giovanni Fontanesi.

Ogni fase della sua realizzazione è stata documentata con cura da un servizio fotografico di Luigi Ghirri.

Sipario Siderea – ©omargalliani.com


La Sala dei Pittori era un vero e proprio laboratorio: i pittori lavoravano su tele enormi, usavano colori, scaldavano la pece per preparare le colle, tracciavano fondali che poi venivano calati direttamente in scena attraverso un’intercapedine verticale. Bastava srotolarli, e la magia del teatro prendeva forma.

Questo spazio è un paradiso sospeso sopra la città. Le pareti sono punteggiate di finestre a mezzaluna, da cui entra la luce naturale da ogni lato. È una luce che aiutava i pittori a lavorare con precisione, ma che oggi regala a chi entra la sensazione di essere tra le nuvole, in mezzo ai tetti, alle guglie e alle torri.

Qui si ha l’impressione di trovarsi tra due mondi: quello reale, che si vede là fuori dalle finestre, e quello simbolico, emotivo, che si rappresenta ogni sera in scena. È il teatro della vita che si riflette nella vita del teatro, in un continuo scambio tra ciò che siamo e ciò che rappresentiamo. Ognuno, a suo modo, attore della propria quotidianità.

Ma la bellezza di questa sala non è solo poetica: è architettonica, concreta. La struttura è coperta da capriate in legno lunghe anche 15 o 18 metri, realizzate in pezzi unici, vere opere d’artigianato. Ogni elemento – il legno, i ferri battuti, i sistemi di incastro – racconta un sapere antico, un’arte del costruire che oggi si stenta a trovare. Questo è un museo del fare, una lezione continua di architettura e maestria.

Sala dei Pittori – ©visitareggio.it

Chi lavora qui, dopo un po’, diventa parte di tutto questo. Custodisce ogni dettaglio con orgoglio e affetto. I tecnici che operano nel teatro sentono la responsabilità di conservare ogni decorazione, ogni stucco, ogni oggetto. Quando c’è da intervenire, ti chiamano e chiedono: "Secondo te, possiamo farlo?". Sono diventati i custodi gelosi di un patrimonio vivo, non solo artistico ma identitario.

Perché questo teatro non è solo un luogo dove si rappresentano spettacoli. È lui stesso uno spettacolo. È un museo che funziona, un organismo che vibra.

E proprio per questo, va curato ogni giorno. Non sono i restauri eccezionali a salvarlo, ma la manutenzione quotidiana. È lì che si gioca la vera conservazione: nel rispetto quotidiano di ciò che è stato costruito con arte, passione e sapienza.

Come diceva Toscanini, e come dicevano Verdi e Pavarotti: questo teatro è uno dei migliori d’Italia per l’acustica, ma è anche uno dei più amati da chi ci lavora, perché lo sente proprio. Perché lo protegge. Perché lo ama.

Facciata del teatro Valli vista da lontano in una giornata di pioggia con cielo cupo

Molti non sanno che il debutto ufficiale di Luciano Pavarotti avvenne proprio qui, al Teatro Municipale di Reggio Emilia, con La Bohème, in occasione della vittoria al concorso lirico "Achille Peri".

Mauro Severi conclude dicendo che in questa terra il legame con l’opera è profondo: ogni famiglia ama la musica, conosce l’opera, e spesso anche le romanze a memoria. È un sapere popolare, condiviso, che fa parte di questa identità culturale.



RUBINSTEIN E MIA NONNA SARA

È proprio vero che da queste parti l'opera è un sapere popolare.

Nella mia famiglia era parte del quotidiano: mio nonno paterno, Vivaldo, non era ricco nè colto, ma era un melomane, amava profondamente la musica lirica e in casa a Reggio Emilia possedeva alcuni dischi che ascoltava ogni volta che poteva.

Sua moglie, mia nonna Sara, condivideva questa passione, la quale scrisse una poesia ispirata a un'esperienza vissuta al Teatro Valli.


Rubinstein
 (al Municipale di Reggio Emilia, 7 maggio 1966)

Inaspettata è stata la gran folla
nella lussuosa caverna,
già d'un artista si sapeva
come un mostro benigno
muove lento e pazzesco le dita
sui tasti bianchi e neri,
spandendo nella nostra aria
il profondo colorito suono.

Coi lenti tocchi, riposa la fretta nostra,
passeggia un nella notte e,
sazia nella quiete di più ancora,
e penetra commuove, che paga in lode.
Risalgon a copie i dolci suoni
saltellando di gioia immacolata
cadono a pezzi di cristallo come buttati
e si fanno riuniti ancora;
in noi ci dà un'abitudine
a non voler venga la fine.


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Le poesie di nonna Sara


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NOTE:

-Tutte le foto sono di Monica Galeotti, eccetto alcune come da copyright indicato.
Quelle in esterno risalgono al 9 febbraio 2025, mentre gli interni sono stati scattati il 7 maggio 2024, in occasione del concerto di Vinicio Capossela.

Teatro Valli illuminato di sera con luci calde sulla facciata e riflessi notturni
Teatro Valli, 7 maggio 2024,
concerto Vinicio Capossela.






Rivista:
-"Al Valli di Reggio Emilia un nuovo sipario", Bell'Italia, n.63, luglio 1991, p.21.


lunedì 30 giugno 2025

REGGIO EMILIA A PIEDI – Itinerario 2: la zona SUD del centro storico

(torna al primo percorso LA VIA EMILIA)

 Dopo aver percorso il tratto della via Emilia compreso tra Porta Santo Stefano a Porta San Pietro, vado a percorrere un secondo itinerario, pensato per ottimizzare il cammino attraverso i luoghi più significativi della ZONA SUD del centro storico, tra chiese antiche, vicoli silenziosi e luoghi simbolo della memoria civica.


1- DUOMO (Cattedrale di Santa Maria Assunta)
2- BASILICA DI SAN PROSPERO
3- VICOLO BROLETTO
4- MUSEO DEL TRICOLORE
5- BIBLIOTECA PANIZZI
6- CHIESA DI SAN GIORGIO
7- BASILICA DELLA GHIARA
8- CHIESA DEI SANTI GIROLAMO E VITALE

Mappa del secondo percorso a piedi nella zona sud del centro storico di Reggio Emilia.


1- DUOMO (Cattedrale di Santa Maria Assunta)
Piazza Prampolini


Il mio cammino nella zona sud comincia dal Duomo della città.
Con la sua facciata incompiuta e l'interno ricco di opere d'arte, custodisce secoli di storia religiosa.
L'ho raccontato nel dettaglio in due post dedicati:

Il duomo di Reggio Emilia visto dalla piazza, inizio del percorso.



2- BASILICA DI SAN PROSPERO
Piazza San Prospero

La Basilica di San Prospero, con la sua scenografica piazza e la facciata rinascimentale, è dedicata al patrono della città.

Basilica di San Prospero, dedicata al patrono, nel cuore della città.

Per raggiungerla percorro Vicolo Broletto, uno dei passaggi più suggestivi del centro, che collega le due chiese.

Alla Basilica di San Prospero ho dedicato un post dettagliato, dove parlo anche del Broletto, soffermandomi sulle origini di questa via, che si sviluppa lungo il fianco meridionale del Duomo.

Qui lascio il link ↦ BASILICA DI SAN PROSPERO



3- VICOLO BROLETTO

Mi sembra interessante aggiungere ora qualche dettaglio più vivo su questa piccola via: i negozi storici che resistono al tempo, insieme agli alimenti simbolo di Reggio, e un ricordo del dopoguerra.

Vicolo Broletto è senza dubbio la strada più graziosa della città.


L'ERBAZZONE

Partendo da piazza San Prospero, incontro Melli, un panificio storico, luogo ideale per assaporare un prodotto tipico ormai celebre: l'erbazzone, una torta salata a base di bietole, unica nel suo genere.

Come in molte panetterie e salumerie, non si vende solo da asporto: questi locali sono diventati anche piccoli ristoranti dove si può mangiare direttamente sul posto.

Basilica di San Prospero, dedicata al patrono San Prospero, nel cuore della città.



Qui a Reggio l'erbazzone si gusta a colazione o a pranzo, una tradizione profondamente radicata nella cultura del territorio.

L'erbazzone, torta salata tradizionale della cucina reggiana con bietole.


Ora invece mi trovo all’interno di una storica salumeria di Reggio Emilia, proprio all'inizio del Broletto, al civico n.1.

 Oggi possiede anche una piccola ristorazione, e un nome che molti in città conoscono bene: Pancaldi.

Uno scorcio del caratteristico Vicolo Broletto, tra il Duomo e la basilica di San Prospero.


Fino a poco tempo fa, prima della ristrutturazione, c’era ancora l’affettatrice a manovella, quella che taglia il prosciutto senza usare la corrente elettrica. Ora il figlio del proprietario ha installato una versione più moderna, ma lo spirito del luogo resta intatto.

Il prosciutto crudo stagionato, simbolo della gastronomia reggiana.



IL PARMIGIANO REGGIANO

Le due specialità principali di questo territorio sono il Parmigiano Reggiano, in particolare quello di Vacca Rossa di Cavriago, e i prosciutti.

Negli ultimi anni il parmigiano è spesso abbinato all’aceto balsamico, diventato tradizione in cucina, condiviso con quella modenese.


IL TOSONE

Il tosone è la rifilatura del Parmigiano Reggiano, ottenuta tagliando gli angoli della forma appena fatta per darle la giusta sagoma, evitando che il formaggio assuma un aspetto troppo squadrato.

È quindi un formaggio giovane, non stagionato.


I PROSCIUTTI

 L’altra specialità sono i prosciutti, simbolo di una cultura gastronomica profondamente legata al maiale.

Come racconta Giuseppe Caliceti, nel podcast "Le Meraviglie" di Radio 3: "Bastano due dati per capire quanto siano importanti: primo, in provincia di Reggio Emilia ci sono più maiali che abitanti; secondo, si tiene ogni anno una delle più grandi fiere suinicole d’Italia".

A proposito di maiali, vale la pena ricordare una delle manifestazioni culturali più originali mai organizzate: "I Porci Comodi".

 Era il 1982, nacque da un’idea di Ivanna Rossi, allora assessore alla cultura di Reggio Emilia, e celebrava il maiale in ogni sua forma: da un punto di vista artistico, culturale e persino filosofico.

 D'altronde si sa: "Del maiale non si butta via niente".

Il prosciutto crudo stagionato, simbolo della gastronomia reggiana.

Il figlio di Pancaldi descrive i tre tipi di culatello: con cotenna, tradizionale (scotennato e insaccato in vescica), e quello di Zibello, identico ma prodotto con marchio IGP. Tutti fatti con carne italiana.

Poi ci sono i CICCIOLI, ottenuti dalla parte interna delle costine del maiale. Dalle costine si ricava lo strutto e la parte magra rimanente, dopo la cottura (non fritta), diventa ciccioli, spesso serviti con l’aperitivo.

Ricorda che nei salumi e formaggi di qualità prevalgono i grassi "buoni", polinsaturi, più facili da metabolizzare.


IL CLIMA E LA NEBBIA

Il vero segreto del Parmigiano Reggiano e del Prosciutto di Parma non è solo la qualità delle materie prime, ma la stagionatura, che avviene in Emilia, dove l’umidità e il clima giocano un ruolo fondamentale.

Nonostante i tentativi, questi prodotti non si riescono a replicare altrove proprio per le condizioni ambientali uniche.

Il clima emiliano, con le sue nebbie invernali e le estati umide e afose, è la cosa peggiore di questo territorio, faticoso da vivere, ma essenziale per dare vita a queste eccellenze.

Parmigiano Reggiano stagionato, prodotto d'eccellenza tipico del territorio.


La nebbia qui è anche leggenda: si racconta che San Prospero, patrono di Reggio, salvò la città dall'invasione dei Barbari, facendo comparire all'improvviso una fitta nebbia che nascose la città ai loro occhi.


IL LAMBRUSCO

Il Lambrusco reggiano, un vino rosso a lungo considerato di serie B o addirittura C, perché leggero e frizzante, spesso viene etichettato come "vino da donne", perpetuando stereotipi antiquati (in realtà molte donne apprezzano vini strutturati, tannici, e molti uomini bevono prosecco a litri).

 Oggi questo vino è sempre più apprezzato, soprattutto in America, dove il suo carattere fresco e beverino l’ha reso un successo commerciale invidiato nel mondo.

Alla salumeria mi sono lasciata consigliare: ho provato lo spritz Pancaldi, uno spritz sorprendente a base di Lambrusco!

Lambrusco frizzante, vino rosso simbolo della convivialità emiliana.




E infine, la Casa del Miele, storica bottega che dal 1945 addolcisce Reggio con miele e dolci d'altri tempi.

Casa del Miele a Reggio Emilia


IL BALLO LISCIO

Qui sotto al Broletto, verso le cinque o le sei del pomeriggio i direttori d’orchestra, nel dopoguerra, si incontravano per decidere i repertori e contrattare le serate, come al mercato: "Tu vieni con la tua? Quanto mi dai?".

Uno scorcio del caratteristico Vicolo Broletto, tra il Duomo e la basilica di San Prospero.


Com'è nato tutto questo?

Negli anni '50 e '60 le Case del Popolo organizzavano serate di musica liscio.

A differenza degli altri eventi gratuiti, le serate di liscio erano a pagamento, segno del valore crescente di questa nuova forma di intrattenimento.

Queste serate nascevano in contrapposizione a quelle delle parrocchie, che organizzavano spettacoli teatrali e balli "casti" come i salterelli, dove le coppie non potevano toccarsi: si ballava saltando uno accanto all’altro.

 Il liscio rappresentò una rivoluzione: per la prima volta le coppie potevano toccarsi e ballare abbracciate, segnando un primo passo verso l’emancipazione femminile.

Una donna che si lasciava sfiorare, che ballava tenendosi per mano con un uomo (un gesto che allora era considerato audace), era vista come una donna moderna.

Insomma, qui al Broletto si vendeva la musica, e con essa, un pezzo di libertà.


Una volta compreso che il Broletto unisce due luoghi religiosi fra i più importanti e intreccia la sua storia con la tradizione delle eccellenze culinarie, si scopre che è anche un ponte ideale verso l'istituzione civica per eccellenza: 

il Palazzo Comunale, sede del Museo del Tricolore.


4- MUSEO DEL TRICOLORE
Piazza Antonio Casotti, 1


Il museo è una tappa fondamentale per comprendere la storia italiana e l'identità di Reggio Emilia, città che ha visto nascere la bandiera nazionale.
Ne ho scritto nel dettaglio in un post dedicato, dove racconto le sue esposizioni e il valore simbolico di questo luogo.
Lascio il link per approfondire → MUSEO DEL TRICOLORE

La Sala del Tricolore, sede storica del primo Parlamento e simbolo dell'unità nazionale.



5- BIBLIOTECA PANIZZI
via Farini, 3

La Biblioteca Panizzi, ospitata nell’ex convento di San Giorgio, è intitolata ad Antonio Panizzi, celebre bibliotecario di origini reggiane che diresse la British Library di Londra, nell'Ottocento.

Oltre ai servizi bibliotecari, ospita mostre, incontri e attività educative, ed è sede della Biblioteca Digitale Reggiana, che valorizza il patrimonio locale.

Anche alla Biblioteca ho dedicato un post specifico

 BIBLIOTECA PANIZZI

La biblioteca civica Antonio Panizzi, centro della vita culturale reggiana.



6- CHIESA DI SAN GIORGIO

Di fronte alla biblioteca, sull'altro lato di via Farini, si affaccia la chiesa di San Giorgio, a cui il convento era originariamente annesso.

Veduta della Chiesa di San Giorgio a Reggio Emilia ripresa da una finestra, con cupola e campanile che si stagliano tra i tetti del centro storico.
Dal Museo del Tricolore uno scorcio su cupola e campanile
della Chiesa di San Giorgio.

La chiesa risale al XVII secolo, presenta una sobria facciata barocca con un portale sormontato da un altorilievo raffigurante San Giorgio a cavallo nell’atto di trafiggere il drago con una lancia in ottone.

Divenuta proprietà comunale, è rimasta chiusa dopo il terremoto del 1996 ed è stata riaperta in occasione della Settimana Europea della Fotografia, dopo interventi di restauro al tetto e alla facciata.

L’interno, a navata unica, ha perso gran parte della decorazione pittorica originale: i dipinti, ad eccezione di quelli dell’abside, sono conservati nei depositi del Palazzo dei Musei.

L’altare maggiore, in legno argentato, proviene dalla Basilica di San Prospero.

Di particolare interesse la Cappella Pernicelli, restaurata nel 2009, che conserva una pala d’altare di Alessandro Tiarini del 1640.

La chiesa mantiene la sua funzione religiosa, affidata alla comunità greco-cattolica ucraina.

Rimane aperta soltanto durante le celebrazioni (Divina Liturgia) o in occasione di eventi.



7- BASILICA DELLA GHIARA

Dalla Chiesa di San Giorgio, in pochi minuti a piedi raggiungo uno dei luoghi simbolo di Reggio Emilia: la Basilica della Beata Vergine della Ghiara.

Ho raccontato la storia e l'arte di questa basilica in un post dedicato BASILICA DELLA GHIARA.

Esterno della Basilica della Ghiara, importante luogo di culto mariano.


8- CHIESA DEI SANTI GIROLAMO E VITALE
via San Girolamo, 24

Questa chiesa è uno degli edifici religiosi più affascinanti e meno conosciuti della città, progettata nel 1646 dall’architetto e scenografo Gaspare Vigarani.

La facciata è austera, e niente lascia intendere si tratti di una chiesa, o che possieda splendidi interni, solo una piccola croce sul tetto.

La chiesa dei Santi Girolamo e Vitale, lungo il percorso del centro sud storico.
Fotografia di Monica Galeotti,
da pieghevole della chiesa di San Girolamo.


Architettura e ambienti interni

La chiesa è un capolavoro barocco che racchiude al suo interno quattro ambienti sacri interconnessi, ispirati ai luoghi della Passione di Cristo.

- L'Atrio con la "Scala Santa": una scala di 28 gradini che i fedeli percorrono in ginocchio durante la Settimana Santa, rievocando la salita di Gesù al palazzo di Pilato.

- L'Oratorio dei confratelli San Girolamo e San Vitale.

- La Rotonda, dedicata ai santi Simone e Giuda: una chiesa a pianta circolare con altare centrale, circondata da colonne e nicchie contenenti statue di santi in stucco. 

- La Cripta: situata nel livello sotterraneo, che ospita una riproduzione fedele del Santo Sepolcro di Gerusalemme, basata sulle misurazioni effettuate nel 1600 da Ippolito Pratonieri, membro della Confraternita di San Girolamo.

La chiesa dei Santi Girolamo e Vitale, mappa interna.
Fotografia di Monica Galeotti, da pieghevole della chiesa di San Girolamo.


Aperture e visite

La chiesa è generalmente chiusa al pubblico, ma apre durante la Settimana Santa, offrendo ai fedeli la possibilità di partecipare al rito della Scala Santa. Inoltre, a partire dal 2 febbraio 2024, è visitabile in autonomia ogni primo venerdì del mese dalle 15:00 alle 18:00, mentre un sabato al mese l’associazione Città di Reggio offre visite guidate su prenotazione e a offerta libera.

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Nel prossimo itinerario esplorerò la → ZONA NORD – itinerario 3


Centro storico di Reggio Emilia da Google Earth – ©didascalie Monica Galeotti



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NOTE:

-Tutte le foto sono di Monica Galeotti.

-Le mappe sono tratte da Google Earth, con didascalie personalizzate a cura dell'autrice.


RIFERIMENTI:

Libri:
-Emilia-Romagna, Touring Editore, 2010.



Podcast:
-"Basilica di San Prospero a Reggio Emilia raccontata da Giuseppe Caliceti", programma "Le Meraviglie", Radio 3, 17 dicembre 2017.