sabato 8 maggio 2021

UNA TERRA CHIAMATA ALENTEJO

JOSÈ SARAMAGO



È un libro di terra, sangue, sudore. 
La tramandata storia di lavoratori contadini condannati alla miseria, ad ore di lavoro massacranti, all’ignoranza, alla depressione. La vita di tanti che hanno vissuto miseramente e tristemente per produrre e arricchire poche persone. 

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Un libro scritto nel 1980, che racconta la vita dei contadini portoghesi per tutto il Novecento, fino agli anni '70, in una economia basata sul latifondo dove regnavano i soprusi. 
Tutto il mondo è paese, è successo in tanti altri luoghi del mondo, ma in Portogallo questa situazione è durata a lungo perché vi è stata una dittatura fino al 1974. 
In Italia ad esempio negli anni '50 si assisteva ad una rinascita democratica e civile, in Portogallo è arrivata 25 anni più tardi.

Un Saramago emozionante, la scrittura è potente e mi commuove.
 Fin dall’incipit del libro ne percepisco il senso: "La cosa più abbondante sulla terra è il paesaggio." 

La scrittura di Saramago è ampia, descrittiva, velocemente travalica il confine e diventa surreale, onirica, altrettanto velocemente ritorna e descrive la realtà fatta storia, la realtà del popolo vinto.
Può fare tutto anche con la sintesi, brevi frasi che descrivono il mondo intero e arriva
  subito la prima sassata al cuore: "Non mancano i colori a questo paesaggio. Ma non solo colori. Ci sono giorni duri come il loro freddo, altri in cui non sembra che ci possa essere aria per tanto caldo: il mondo non è mai contento, e come potrebbe, tant’è sicuro della morte." 

Sono tre le generazioni che animano il racconto, il cui capostipite è Domingos Mau-Tempo. 
Ai suoi tempi si lavorava e si subiva poi, con la seconda generazione si iniziò a scioperare per ottenere una paga dignitosa utile alla sopravvivenza. 

Il racconto di Saramago acquista potenza con la narrazione dei primi scioperi.
 I contadini arrivano da ogni parte, per scioperare e unirsi numerosi, ma li aspettano le guardie, pagate dai padroni.
E allora i contadini sono i tori arrivati nell’arena. 
Alcuni di loro, interrogati dalle guardie per ottenere i nomi dei sindacalisti, verranno uccisi di botte. Le formiche, uniche testimoni, nella stanza di tortura approfittano per cibarsi del loro sangue. Olè!

In un contesto di miseria e privazione, due giovani si fidanzano, sfidando la vita poco magnanima, seguendo la potenza dei loro sentimenti. Sono analfabeti e non possono scriversi lettere d’amore quando lui lavora lontano. Ma ha carattere e sfida il potente, che un giorno gli aveva rifiutato il pane, non accettando il passaggio sul carro, 20 km a piedi per andare al lavoro.
Il padre della sua ragazza decide che è proprio un bravo ragazzo, e se ci fossero mai state 33 ragioni (come gli anni di Cristo) per accoglierlo, la prima di tutte erano quei 20 km percorsi a piedi.
"In questa maniera, e come sempre accaduto da che mondo è mondo, il vecchio ha imparato dal giovane".

E siamo a maggio, il mese dei fiori.
Cinque scioperanti si ritrovano sul monte con un appuntamento, due parole e poi se ne vanno dispersi verso un lavoro che li tratta da schiavi.
Il racconto si serve di angeli distratti, nella volta celeste, e di un nibbio che invece li vede nitidi, lancia un grido e se ne va. 

Sono passati tre anni e i due ragazzi innamorati si sposano, lei 20 anni, lui 27.
Un matrimonio di povera gente che si rivela fra i più belli.
Dopo aver congedato padre Agamedes, ipocrita colluso con il potere, Antonio Mau-Tempo, fratello della sposa, tiene un discorso fermo e di riscatto, raccontando la posizione incrollabile dello sciopero di gruppo nell’arena, uomini impavidi dinanzi alle armi puntate verso di loro e dinanzi allo sciopero della fame, per non essere trattati come maiali, tanto per usare un paragone alle loro vite bestiali.

"Dio del cielo, come puoi non vedere queste cose?
Questi uomini e queste donne che, dopo aver inventato un Dio, hanno dimenticato di dargli gli occhi, oppure lo hanno fatto apposta, perché nessun Dio è degno del proprio creatore, e perciò non dovrà vederlo."

Una-terra-chiamata-alentejo-©Mirco Bianchi-1983.
©Mirco Bianchi, 1983.


João Mau-Tempo, padre della sposa, viene incarcerato a Lisbona, ma lui non sa perché, e se lo chiede fino a sera. 
"Si chiude la porta, il mondo è finito. Tuttavia non diciamo, per stupidi paragoni superstiziosi, che questa è l’ora dei pipistrelli, dei gufi e delle civette, povere bestie che non hanno alcuna colpa di essere brutte, magari tu sei convinto di essere bello, guarda che stupido."

Il giorno dopo João capisce perché è stato incarcerato: qualcuno ha fatto il suo nome, ma lui non partecipa alle lotte sindacali già da quattro anni.
Il carcere per credergli impiega sei mesi e qualche tortura corporale. 
Nel viaggio di ritorno verso casa trova due preziosi tesori, due fatti inattesi:
I compagni del carcere hanno fatto una colletta per il suo viaggio di ritorno e Ricardo Reis (eteronimo di Fernando Pessoa) lo ospita nella sua casa a Lisbona e, insieme alla moglie, gli offre la cena e un letto su cui dormire prima di affrontare il lungo viaggio. 

Mentre João viaggia si racconta una storia del latifondo di cui si può anche ridere.
Adalberto, padrone, vede un gregge nella sua proprietà, chiama i gendarmi e minaccia il pastore con le armi, intimandogli che dovrà pagare una multa salata per l’affronto.
Quando il pastore parla dice che le pecore sono dello stesso Adalberto e lui è un suo dipendente.
Ah ah ah!! Si può ridere di questo?

Nelle terre del latifondo si raccontano anche storie fantastiche, per combattere la vita noiosa, faticosa e grama. 
Antonio Mau-Tempo racconta di quando andava a caccia e di quando lasciò andare un coniglio che, avendo un buco ad un orecchio, si era incastrato con un grosso spino fra le felci. 
Era un coniglio-padre, il più grosso, e non meritava di essere catturato in quel modo.
In realtà quel giorno Antonio si vergognava di essere tornato a casa senza bottino. 

Una-terra-chiamata-alentejo©Mirco Bianchi-1983.
©Mirco Bianchi, 1983.



È nata Maria Adelaide, figlia degli sposi. 
Come i tre re Magi arrivano nell’ordine il nonno João Mau-Tempo, lo zio Antonio, e ultimo il padre, a notte fonda dopo ore di cammino dal luogo in cui lavora. 
Solo due ore può rimanere, per ripetere il nome di sua moglie e per vedere gli occhi azzurri di sua figlia, che si aprono al suo arrivo.
Deve tornare al lavoro, e la notte è ancora lunga. 

Gli animali che seguono il racconto fin dall’inizio, cani, formiche e nibbio, si ritrovano uniti in un’allegoria, quando i braccianti si sono di nuovo riuniti numerosi sotto le mura del potere a scioperare e lanciare sassi, uniche loro armi.
Un piccolo ereditiere fantasioso dice guardando dall’alto delle mura: sembrano formiche! Ma il padre rettifica: sembrano formiche, ma sono cani. Il nibbio osserva e vede che sparano sulla folla, che protesta e sciopera per un salario migliore.
Un morto e due feriti, la sorte non guarda in faccia a nessuno.

Gli uomini schiavi del latifondo si preparano all’insurrezione generale e sembra un mare interno in movimento, con le correnti e le maree, movimenti lenti ma inesorabili.
Come direbbero i padroni del latifondo: si stanno muovendo formiche e cani, e il nibbio vola sempre più alto. 

È il 1 maggio, festa dei lavoratori, e gli uomini vanno in piazza pacificamente con il loro vestito buono, rattoppato per l’occasione.
Si raccontano episodi di schiavitù e mortificazioni, e il giorno dopo si presentano al campo per otto ore di lavoro e una paga migliore per non morire di fame, contro le 12 ore massacranti che li vede invecchiare prima del tempo.
Il padrone li manda via, perché...o 12 ore o niente.
Il giorno dopo ritornano, non per scioperare, ma con la stessa richiesta, mentre la guardia e la PIDE¹ montano sul piede di guerra.

João Mau-Tempo ha 77 anni e, sul letto di morte, cerca gli occhi azzurri di sua nipote Maria Adelaide, 17 anni. 
Non vuole fare un torto alla moglie, ma quegli occhi sono anche i suoi, ora opachi e spenti dalla vecchiaia e dalla malattia, un tempo azzurri splendenti come quelli della nipote, quando corteggiava sua moglie.

"Che ora è? È una domanda che si fa sempre, e sempre ottiene risposta, sapere l’ora, ci si distrae pensando al tempo che ancora manca o è già passato, e una volta saputa l’ora nessuno ci pensa più, è stato il bisogno di interrompere qualcosa o mettere in movimento ciò che era fermo."

E mentre ci chiediamo che ora è, il tempo passa, Maria Adelaide lavora a Lisbona, lontano dai suoi monti, Monte Lavre è la sua casa natale. 
Ci sono notizie alla radio su una rivoluzione che ha dato i suoi frutti, la Liberazione del Portogallo, è il 1974.
Ma la radio si spegne e Maria fa ritorno a Monte Lavre, per unirsi alla sua gente e capire meglio.
Finalmente a casa.
Ora apprende che il 1 maggio sarà festeggiato liberamente. 
Non ci sono garofani dalle sue parti, ma coglierà ramoscelli di arancio in fiore per abbellire la finestrella di casa come il balcone di un castello.

Le lotte non finiranno, perché si è già visto, il latifondo è un mare interno, con i suoi barracuda, piranha e piovre. 
Per i padroni i lavoratori continuano ad essere mosche da ammazzare, così, ad ogni loro richiesta, si mostreranno "sorridenti e pieni di buona volontà, senz’altro, prego, e agire al contrario, perfezionare l’inganno, si prelevano i soldi in banca e si mandano all’estero." 
E gli uomini, senza lavoro e cibo, continueranno, come fanno le formiche rosse, ad alzare la testa come i cani. 
In questo 1 maggio non si è mai visto un formicaio così ingente, che si sparpaglia per il latifondo, così come avviene durante 'le nozze' di questa terra, in primavera.
Da una prima margherita sbocciata, ne nascono migliaia tutte uguali.
Questa volta la guardia non può sparare, sono ordini superiori, ma il padrone non cambierà idea, e di lotte ce ne saranno ancora.

Nel mare interno del latifondo passo passo si uniscono le genti, 500, 600… 1000 persone.
Camminano da podere a podere e raccolgono i lavoratori, le mogli, le figlie, tutti quelli che hanno lavorato e lavoreranno duramente la terra.
A loro si unisce qualche guardia che li comprende, ma non si vedono i padroni.
In questo mare interno ci sono anche i morti, quelli che se ne sono andati perché uccisi, torturati o morti di malattia e consunzione di una vita massacrante.
Lo dobbiamo ricordare sempre perché "come mai questi vivi non si accorgono di niente? Credono di essere soli, di andarsene tranquilli per i fatti loro da gente viva, chi è morto viene sepolto, la pensano così."

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Cerchiamo di guardare da lassù, dall’altitudine del nibbio, e vedremo che stanno camminando tutti insieme, i vivi e i morti. 
Di tanti non sappiamo i nomi, ma conosciamo le loro vite.








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¹Polícia Internacional e de Defesa do Estado.
È stata la polizia politica del regime portoghese di Antonio Salazar fra il 1945 e il 1969. 
La denominazione è rimasta fino al 1974, anno della Rivoluzione dei Garofani, anche se aveva cambiato nome.

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Universale Economica Feltrinelli Editore Milano, seconda edizione, luglio 2010.
Traduzione dal portoghese di Rita Desti.

©1980 Josè Saramago & Editorial Caminho, SA, Lisboa.

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©sinossi di Monica Galeotti 📝
©testo del libro virgolettato con diritto di citazione



martedì 4 maggio 2021

PRATI DI CAPRARA

via Emilia Ponente e
via Pietro Burgatti - BOLOGNA



"L'amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino".
(Inverno, Fabrizio de Andrè, 1968)


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Il toponimo Prati di Caprara si riferisce ad un’area di circa 43 ettari vicino al centro storico di Bologna, a 500 metri da Porta San Felice. 


©google earth - ©mappatura Monica Galeotti




I Prati sono divisi da un asse attrezzato, cosicchè sulla carta troviamo Prati di Caprara EST e Prati di Caprara OVEST.   

L’area est (quartiere Porto-Saragozza), 27 ettari, è occupata oggi da un bosco urbano in libera evoluzione e da un bellissimo tratto di passeggiata che costeggia la Canaletta Ghisiliera, il Torrente Ravone e la ciclabile di via del Chiù. 
Le acque dei due corsi scorrono verso il Reno: la Canaletta Ghisiliera è una derivazione del Canale di Reno, il torrente Ravone si origina nei pressi di Parco Cavaioni.
Percorrono l'intero lato nord dei Prati di Caprara Est, paralleli e allo scoperto.

L’area ovest (quartiere Borgo-Reno), 16 ettari, è occupata dalla ex Caserma San Felice con vecchi magazzini militari abbandonati.
 L'unico in uso è il magazzino della Croce Rossa.
Vi sono inoltre le macerie del 2 agosto 1980, qui portate in occasione del terzo processo per le indagini del caso.

Furono teatro di avvenimenti storici rilevanti, come la parata militare in onore di Napoleone Bonaparte, le corse ippiche di fine Ottocento, il circo di Buffalo Bill e il primo campo da gioco del Bologna Football Club. 

©google earth - ©Monica Galeotti mapping
©google earth - ©Monica Galeotti mapping


Prima di tracciarne la storia e riportare le immagini del luogo, desidero porre l'attenzione sulla destinazione d'uso dell'area, oggetto di scontro da diversi anni fra il comune e la cittadinanza. 



LA VISIONE DEL BOSCO SELVATICO DEI PRATI DI CAPRARA COME AREA DI VALORIZZAZIONE ECOLOGICA 


Sulla parte est è nato un bosco spontaneo di grande valore dal punto di vista dell’ecosistema della città. 
Oggi sappiamo che questi boschi offrono ai cittadini il miglioramento della qualità dell’aria con assorbimento di CO₂, la mitigazione degli estremi termici, l’assorbimento acustico e la riduzione degli effetti delle precipitazioni estreme (World Resource Institute 2005, FAO 2016).

Una bella fortuna la presenza di questo bosco, considerando che la zona è fra quelle con i più elevati valori di inquinamento di tutta la città. 

Il Comune di Bologna vorrebbe realizzare la costruzione di alloggi, un centro commerciale e una scuola, una scelta che porterebbe alla eliminazione di tutta la foresta oggi presente.
Una "rigenerazione urbana", dietro la quale si nasconde una speculazione edilizia a scapito del bene pubblico. 

Per questo è nato un Comitato di cittadini
che lotta per mantenere il bosco e valorizzarlo come ambiente naturale: si chiama
Comitato Rigenerazione no Speculazione, il quale nel 2018 ha redatto un Manifesto del bosco dei Prati.

Il manifesto riporta: "Molti studi scientifici (Kowarik 2005, Lachmud 2013, Sitzia et al. 2015) ed esperienze europee e nazionali (Parco Naturale di Südgelände a Berlino, area verde di Porto di Mare a Milano, Oasi naturalistica "La Piantata" a Modena) hanno contribuito a formare una nuova consapevolezza sui boschi selvatici nelle città, spontaneamente insediatesi nelle aree abbandonate, in quanto a pieno titolo considerabili "infrastrutture verdi" complementari alle altre maggiormente "convenzionali" (es. Giardini Margherita a Bologna).
Da sottolineare infatti come questi boschi, una volta resi accessibili al pubblico attraverso alcuni interventi puntuali di manutenzione e nuova progettazione, rappresentino un potenziale unico in termini di spazio verde pubblico, fruibile dalla cittadinanza a costo manutentivo bassissimo."¹


Il progetto di edificazione e commercializzazione dell’area è legato anche alla questione Cierrebi e allo Stadio dall’Ara. Per il ragguaglio rimando alla pagina delle previsioni urbanistiche del Comitato Rigenerazione no Speculazione.²

Ad oggi sembra ferma l’ipotesi di un outlet nella zona dei Prati Ovest, ma i cittadini, giustamente, continuano a presidiare e monitorare la situazione.
Oltre a questo un desiderato e richiesto disegno teso alla valorizzazione dell'area, di tipo naturalistico.



L'ITINERARIO 


prati-di-caprara-©Monica Galeotti mapping
©google earth - ©Monica Galeotti mapping

I Prati di Caprara Ovest non sono accessibili.

I Prati di Caprara Est si possono percorrere nel rettilineo che costeggia la Canaletta Ghisiliera;
 il bosco, selvaggio e lasciato crescere in libera evoluzione, occupa un'area di discussione per la destinazione d'uso, per cui il Comitato Rigenerazione No Speculazione ricorda che "in attesa che i Prati di Caprara vengano messi al sicuro dalla speculazione e restituiti ufficialmente alla città, l'ingresso resta un atto di disobbedienza civile".

Ciò nonostante vi sono sentieri percorribili, frequentati in occasione di eventi, come quello del giugno 2020, quando il Comitato ha invitato la cittadinanza a seguito di una mappatura dei sentieri, per farli conoscere a tutti.
Sentieri trovati, ripuliti e appunto disegnati su una mappa, fruiti in maniera informale da parte dei cittadini.

©Comitato Rigenerazione No Speculazione




Vi sono diversi punti di accesso all'area verde, tutti piuttosto mimetizzati.
Il più individuabile è quello che accompagna la Canaletta Ghisiliera: è qui che entro.

Sul ponticello distinguo le vie d'acqua.

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La passeggiata lungo la canaletta è suggestiva:
lungo gli argini trovo forasacchi, papaveri, canne di palude e ranuncoli.

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I Forasacchi (Bromus L.) e i Papaveri rivestono come un manto le sponde dell'argine.

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La Canna domestica (Arundo donax L.)

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I Ranuncoli (Ranunculus).

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Sulla destra il margine del bosco.

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Al termine del largo sentiero entro nel bosco urbano: la via diventa stretta e a breve mi apparirà l'edilizia di via Saffi.

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In questo punto risiede la vecchia entrata della ex zona militare, oggi invasa dalla vegetazione, ma attraverso un piccolo spazio si può uscire su via Saffi e viceversa. 

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Proseguo l'itinerario all'interno del bosco.

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A conferma di quel che si legge, la Robinia (Acacia) è l’albero dominante del bosco dei Prati di Caprara.

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Ma vi sono anche farnie, pioppi e olmi.
Mentre attraverso un'area quadrata di prato, dove il bosco fu abbattuto per la costruzione di un edificio scolastico, ai bordi in lontananza come fantasmi i grandi alberi.

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Il Biancospino (Crataegus monogyna Jacq.).

Il suo abitat naturale è quello delle aree di boscaglia e tra i cespugli.

Un tempo veniva utilizzato per delimitare i confini degli appezzamenti: per via delle spine e del fitto intreccio dei rami infatti la siepe di biancospino diventava una barriera impenetrabile.
Oggi al contrario è stato eliminato per non rendere difficoltosa la circolazione dei mezzi agricoli e il biancospino è quasi scomparso.

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La fioritura è tipica fra aprile e maggio.
Il suo uso terapeutico è noto fin dall'antichità: ha un'azione antipertensiva e ansiolitica.

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Vi sono nidi artificiali, collocati da qualche volontario, per offrire riparo agli uccelli presenti nel bosco.

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Il mio itinerario si conclude e raggiungo l'uscita congedandomi dal bosco urbano, scrigno di vegetazione libera, spontanea, polmone verde e ossigenante di questa città. 

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Esco su via Burgatti.

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prati-di-capara-©Monica Galeotti mapping
©google earth - ©Monica Galeotti mapping




LA STORIA 

La famiglia senatoria nobiliare dei Caprara possedeva questi terreni a partire dal 1506, cui si diede il nome pervenutoci fino ai giorni nostri.
Avevano costruito una villa, oggi scomparsa, che si trovava probabilmente confinante con i corsi d'acqua in coincidenza dell'attuale inizio ciclabile.
 L'area venne ceduta alla città di Bologna alla fine del 1700.
 

 A seguire gli avvenimenti che si sono svolti nell’area dei Prati di Caprara Est:

Il 26 maggio 1805 Napoleone era stato incoronato re d'Italia a Milano e, come re, intraprese un tour celebrativo per le città italiane.
Dal 21 al 25 giugno 1805 risiedette a Bologna in visita ufficiale. Entrò in città da Porta San Felice e, insieme alle celebrazione e alle feste, il 24 giugno fu allestita una grandiosa parata militare, nel terreno dei Prati di Caprara, appena acquisito dal Comune.
"Questa mattina di buon ora Sua Maestà si è portato
fuori di porta di San Felice con poche guardie, dove, in un prato vicino a Ravone, ha impiegato circa quattro ore a fare la rivista delle sue truppe."
 (Giuseppe Guidicini, "Diario Bolognese dal 1796 al 1818, volume terzo", p.63)


In seguito il terreno dei Prati ebbe varie destinazioni d'uso. 

Dopo il 1861, anno dell’Unità d’Italia, divennero di pertinenza militare per lo svolgimento di esercitazioni e concorsi ippici. 

Excursus:
1874- il bolognese Riccardo Bacchelli pubblica nel 1927 il romanzo storico "Il diavolo del Pontelungo", sui fatti legati ai Moti dei Prati di Caprara del 1874.
Narra con ironia il fallito tentativo da parte dei rivoluzionari Michail Bakunin e Carlo Cafiero di realizzare un’insurrezione anarchica a Bologna. 

L’insurrezione, che puntava ad allargarsi all’intera nazione, avrebbe dovuto prendere forma dalla riunione degli anarchici ai Prati di Caprara, a breve distanza dal ponte che scavalca il fiume Reno detto il Pontelungo.
L'insurrezione fallì e portò in carcere il giovane Andrea Costa.



1897- si inaugura una pista per le corse dei cavalli. Qui rimase fino a che non fu costruito il nuovo Ippodromo Zappoli poco distante.

Nella foto alcuni ufficiali al salto della siepe, 1903.

©Collezione Genus Bononiae - foto Arnaldo Romagnoli (Bologna 1875-1930)




1906- la compagnia di Buffalo Bill approda a Bologna con la seconda tournée italiana. 
La carovana gigantesca contava 800 uomini e 500 cavalli. 
Il circo del Wild West Show presentava il tiro al bersaglio, la domatura di un cavallo imbizzarrito, i pellerossa urlanti e i fucili che sparavano a salve.
Oggi sappiamo che rappresentava un inganno, una falsa interpretazione del far west

©Genus Bononiae - foto Arnaldo Romagnoli (1875-1930)
Alcuni pellerossa all'esterno del tendone delle esibizioni, ai Prati di Caprara.




1909- viene fondato il Bologna Football Club alla Birreria Ronzani di Palazzo Lambertini (oggi scomparso) e, con il permesso delle autorità militari, una parte dell’area divenne il primo campo da gioco della squadra (1909-1913). 

©autore sconosciuto, pubblico dominio
Bologna-Internazionale, 16 maggio 1910
Sullo sfondo il pubblico a bordo campo e la polveriera dell'area militare.




1913- la Piazza d’Armi dei Prati di Caprara divenne l’aeroporto dell’esercito. 
La Piazza d'Armi (o Campo di Marte) corrispondeva all'intera area est (compresa quella che sarà occupata nel 1955 dall'Ospedale Maggiore), esclusa la polveriera.

©Genus Bononiae - foto Bettini Paolo (1884-1968)
Esibizione aerea, Prati di Caprara



1931- l’aeroporto bolognese si trasferisce a Borgo Panigale e il terreno diventerà campo da gioco e luogo di esercitazione militare del "sabato fascista".

Durante l’ultima guerra ai prati c’era il campo di concentramento per i prigionieri di guerra alleati. 

Dopo l’ultima guerra il campo da calcio della squadra del Bologna era diventato lo Stadio Renato Dall’Ara, che era stato inaugurato nel 1927.

In seguito ai Prati di Caprara andavano a giocare i figli del popolo, si facevano le porte con le pietre o le giacche e poi si formavano le squadre.

Tra quelli che arrivavano in bicicletta per giocare a calcio c’era Pierpaolo Pasolini che, insieme ad altri liceali del Galvani, nel 1941 vinse con la squadra di Lettere il campionato interfacoltà.



"I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara, sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola se ci penso.
Allora il Bologna era il Bologna più potente della sua storia.
Che domeniche allo Stadio Comunale!"

La passione per il calcio accompagnò Pasolini per tutta la vita.


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CONCLUSIONI

È auspicabile una presa in carico da parte del Comune per un intervento significativo di ristrutturazione dell'area e manutenzione per l'accesso di visita, così come si è fatto negli esempi riportati sopra o, nel bolognese, alla Golena San Vitale, all'Oasi Fluviale del Molino Grande e all'Oasi dei Saperimodelli virtuosi di oasi naturalistiche urbane e centri didattici ambientali.

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Nel percorrere i suoi sentieri mi sono persuasa dell'enorme potenziale di questo luogo che, riqualificato, diventerebbe il più grande spazio verde di Bologna, fruibile dalla cittadinanza.







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(previsione urbanistica)


 

Tesi di Laurea "Il bosco urbano dei Prati di Caprara di Bologna: storia ed evoluzione di una friche che rivendica il suo diritto di esistere", di Benedetta Roatti, 2018.


³Il falso mito di Buffalo Bill, per approfondire:
-Manuel Lambertini, "Le stelle non stanno a guardare", Infinito Edizioni, 2019, pp. 23-26.
-Robert Altman, film "Buffalo Bill e gli indiani", 1976.

 
Sitografia: